giovedì 7 dicembre 2017

Marc Chagall




testo proviene da:
http://www.arteefede.com/articoli/articolo.php?file=la BIBBIA DI CHAGALL TESTO GIUSTO IN web.htm



Il Messaggio Biblico è un
messaggio universale al di là
di ogni confessione religiosa
. P.Provoyeur 1983



La Bibbia è la fonte cui hanno attinto, come in un alfabeto colorato, gli artisti di tutti i tempi".Questa affermazione di Marc Chagall - uno dei massimi artisti del nostro tempo - esprime bene il posto che occupa nell'arte la Bibbia, il Libro sacro dove Ebrei e Cristiani si riconoscono fratelli. Quella Parola" che, si è calata nelle forme storiche del tempo e nel linguaggio di un uomo, il profeta, è diventato strumento ispirato per trasmettere il messaggio di Dio che oggi, gli studi biblici e le ricerche archeologiche, ci aiutano a comprendere meglio.
Sono stati gli artisti gli interpreti più noti e i più "letti" della Bibbia. Dai dipinti catacombali al racconto biblico nei mosaici di S.Marco a Venezia dove la Creazione è narrata come i riquadri di un fumetto,alle cappelle medioevali del nostro territorio , la cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova sino al compiersi dei grandi cicli biblici del 400 a poi alla Sistina michelangiolesca
L'arte contemporanea trova in Marc Chagall il maggior interprete nella Bibbia. Questo pittore ebreo,ad un tempo ingenuo e raffinato, colto, mistico e solare, realizzò il racconto biblico tra il 1935 e il 1956 con straordinaria ricchezza di fantasia e simbolismo, colore e di movimento..

I PRIMI ANNI

Chagall, Era nato a Vitebsk in Russia nel 1887 da una modesta famiglia di ebrei di tradizione chassidica(1),La famiglia vive nell'realtà culturale legata alla struttura sociale contadina del ghetto nella cittadina ché conserva ancora il carattere di una borgata di campagna: le strade non asfaltate le case ancora in legno, con quelle staccionate a vivaci colori che entreranno nei quadri di Chagall.



Chagall assimila dall'infanzia il mondo chassidico, quella mistica della natura abitata da Dio.Nel sul linguaggio pittorico,appare ampiamente il simbolo che egli trae dal suo vissuto, specialmente dal mondo infantile fatto di piccole cose che diverranno il suo scrigno poetico: il gallo, la vacca, il violinista sul tetto, i cavalli che volano, le vecchie case di legno di Vitebsk;cose tradizionali, come la preghiera dei contadini e dei rabbini, gli innamorati, le feste, i venditori ambulanti, sinagoghe e chiese ortodosse: Le sue radici culturali affondano nel genere popolare dall'arte bizantina e nell'arte delle icone..
Ha iniziato a dipingere prestissimo, a Pietroburgo si era innamorato delle icone russe, e dell'arte popolare. Nel1910 Chagall porterà il suo mondo e la sua fantasia midrashica (2) a Parigi dove continuerà a sognare in russo e in ebraico ai piedi della Tour Eiffel.
(1) CHASSIDISMO, movimento religioso all'interno dell'ebraismo che fu una componente determinante nella personalità artistica di Chagall.Il chassidismo privilegia il rapporto diretto dell'individuo con Dio senza la mediazione dell'apparato rabbinico; è un movimento popolare mistico, () apparso in Polonia e Ucraina nel XVIII secolo, che unisce al rifiuto dell'ascetismo un grande fervore religioso pieno di meraviglia davanti ai benefici della vita terrena. Dio è presente nei minimi aspetti della vita quotidiana, cui si aggiunge una pratica religiosa entusiasta dove musica e canto hanno una gran parte. In �Ma Vie" scrive: Non ho parole per tradurre le ore di preghiera della sera, a quell'ora il tempio mi sembrava interamente popolato di santi".
(2)Il MIDRASH è il commento rabbinico alla Bibbia che si propone di metterne in luce gli insegnamenti giuridici e morali utilizzando diversi generi letterari: racconti, parabole, leggende. A lungo ignorata quando non disprezzata e assimilata al folklore, la letteratura midrashica è oggi considerata una interpretazione creativa e originale del testo biblico.

A PARIGI

A contatto con l'espressività cromatica dei Fauve(3) e la scomposizione dei Cubisti (4), la sua pittura si arricchisce di colore, di toni fantastici, lirici e sognanti, dove gli uomini volano, le case lievitano come nuvole. Pittura fiabesca, fatta da un poeta più che da un artista.Nell'opera Parigi dalla mia finestra del 1913 il gatto con la testa umana guarda stupito quel mondo nuovo davanti a lui e la doppia testa in primo piano di Chagall guarda versò Vitebsk allo stesso tempo a Parigi. Il dipinto ricorda il ciclo Parigi dalla mia finestra

simultaneista di Delaunay con i contrasti cromatici dell'Orfismo e del Cubismo sintetico.Io e il villaggio-1911 Parigi una delle sue opere più importanti sulla tela geometricamente divisa secondo le linee del cubismo sintetico e dell'Orfismo colorista di Delaunay , l'espressione della nostalgia e del ricordo di C. Per il suo paese. Il suo volto si fissa e si contrappone a quello della mucca nel cui in termo una contadina munge un'altra mucca; sullo sfondo Vitebsk e figure rovesciate.
Chagall non volle mai essere inserito in una delle correnti artistiche del tempo anche se da tutti attinge, ma sarà sempre ribelle a qualsiasi definizione teorica dell�arte. Nell'opera Violinista verde il protagonista appare sulle case le cui dimensioni sono sempre arbitrarie; nello stesso modo presente passato futuro si fondono in un fluire indistinto. Nell'arte di Chagall non esiste lo spazio e il tempo, d'altra parte le contemporanee teorie di Einstein portavano a credere che il lo spazio e il tempo, in ultima istanza, non esista, in quanto esiste solo la percezione soggettiva che ne abbiamo
Io e il villaggio
I temi del bagaglio simbolico di Chagall nascono dalla sua esperienza interiore, dal suo fantasticare che unisce pittura e poesia, mentre l'allungarsi delle figure liberate dalla gravità newtoniana e il rifiuto della prospettiva, si ricollegano alla tradizione bizantina delle icone russe.

TORNA IN RUSSIA, MA NE VIENE ALLONTANATO

Nel 1914 Chagall torna in patria ritrova la sua famiglia, sposa Bella, nominato Commissario delle Belle Arti, fonda un'Accademia. Infaticabile, entusiasta della Rivoluzione in atto, vi partecipa con grande passione mediante la sua attività artistica
�f A mia moglie

a scendere l'arte per la strada e cerca nuove strutture didattiche per avvicinare l'arte al popolo. Realizza gli scenari per il teatro ebraico di mosca nel 1919 che in epoca staliniana verranno poi nascosti. Il suo incarico dura per breve tempo. Egli non tollera i conformismi e la strumentalizzazione della cosiddetta "arte proletaria", la sua Accademia cade ben presto sotto il controllo delle correnti ufficiali dove primeggia il costruttivismo di Malevitc, il teorico dell'arte della rivoluzione. Nel 1937 realizza Rivoluzione,�dove a sinistra è rappresentata un'insurrezione popolare caotica e irrazionale a destra un'isba e un contadino che ne piange la sua devastazione e c'è l'ebreo che fugge. A destra la dimensione lirica: sul tetto della isba una coppia di innamorati e il solito violinista, gli animali, il pittore e la moglie il saltimbanco che vola. Al centro Lenin si libra in aria appoggiato ad una mano sul tavolo e indica con l'altra la bandiera rossa. La cultura popolare del potere. Da sempre in Russia il mondo fiabesco veniva definito mondo capovolto questo spiega l'uso che egli fa delle figure, delle teste delle cose capovolte. A proposito della Rivoluzione scriveva Chagall: La Russia si copriva di ghiacci, Lenin l'ha rovesciata di sotto in su, come io rovescio i miei quadri
Nel 1919 Chagall fu allontanato dalla sua scuola. Raggiunge prima la Germania e poi Parigi.

IL NAZISMO

Sono tempi cupi, il Nazismo sta trionfando; Chagall va in Palestina alla fonte della sua cultura, nelle zone bibliche, in un pellegrinaggio di storie e d'amore .Tornerà per sapere che Goebbels - capo nazista - ha fatto bruciare in piazza i suoi dipinti nel 1933.
E' dopo questi anni che compare frequentemente nelle sue opere il tema della Crocifissione di Cristo, simbolo universale della differenza degli uomini e del suo popolo della sua inquietudine personale e forse speranza di riscatto dell'umanità.
C'è nella compostezza dell'ebreo, l'atteggiamento del l l'innocente vittima sacrificale, il presagio di quella via dolorosa che avrà come capolinea i campì di sterminio.
La Crocifissione Bianca del 1938 è un grido di compassione per i connazionali perseguitati, vi appaionoa destra le bandiere rosse della rivoluzione e tutti i simboli della sofferenza degli ebrei: distruzione, fuga, disperazione la sinagoga in fiamme, Vitebsk distrutta la Torah gettata a terra e nel fuoco. Un vecchio che scappa salvando un rotolo sacro. Il personaggio principale altri non è che �il Gesù di Nazareth, Re dei Giudei� che ha come perizoma il mantello rituale ebraico. E� il simbolo dell'ebreo martirizzato. Il vecchio con la camicia blu a la scritta �sono un ebreo� la stella di Davide e i leoni simbolo di S.Marco. Chagall intuisce ché l'umanità sta alla vigilia di un bagno di sangue, accende i suoi colori di rossi, scardina le prospettive, crocifigge gli inermi, fissa gli angeli in caduta come nel drammatico quadro concluso nel 1947.La sua opera si richiama di più al colore e all'interiorità delle antiche icone russe che la sua pittura non aveva mai dimenticato.
Con l'avvento della schoà nazista Chagall fugge negli Stati Uniti, dove crea le scenografie per l'Uccello di fuoco �di Strawinsky e illustra le "Mille e una notte".

MUORE BELLA

In America, nel 1944, muore la moglie Bella, Il dolore di Marc è senza limiti, per quasi un anno non dipinge nulla.In seguito la sua arte assume i toni del suo dolore e del suo ricordo della moglie.Nel 1949 torna in Francia e si stabilisce a Vencesulla Costa Azzurra e sposa Valentina.
Tra il 1955-69 realizza le vetrate per la Sinagoga del centro medico di Gerusalemme con le 12 Tribù di Israele, le �Vetrate Americane� di Chicago e, sempre a soggetto biblico, quelle di altre chiese per gli Stati Uniti e, in Europa, a Rems, Metz e Zurigo.
Porta a compimento in questi anni i temi della BIBBIA del"MESSAGE BIBLIQUE", opera di vasto respiro dal messaggio universale.
Chagall portò sempre con sè una predisposizione aperta ai temi biblici in cui coglie significati profondi e personali, realizzò i dipinti del Messaggio Biblico non come illustrazioni, ma come un ciclo musicale e poetico.
Nel 1973 Chagall scriveva:  "Fin dalla mia giovinezza sono stato affascinato dalla Bibbia. Miè sempre sembrato e mi sembra ancora la più grande fonte di poesia di tutti i tempi...Se gli uomini volessero leggere con più attenzione la parola dei profeti, potrebbero trovarvi le chiavi della vita."

MUSEO DEL MESSAGGIO BIBLICO

Il complesso delle opere si trova un un moderno edificio appositamente costruito dall'architetto Andrè Hermant a Nizza, in Rue du Doctor Mènard (Boulevar de Cimiez) e voluto da Andrè Malraux inaugurato il 7 luglio 1973 per ospitare le grandissime tele e le altre interpretazioni del, Pentateuco e del Cantico dei Cantici realizzate dà Chagall tra il 1930 e il 1956

l. Si tratta di 17 grandi tele ad olio, 39 tempere, 105 acqueforti, 75 litografie, 5 sculture a tuttotondo o a bassorilievo, una ceramica un arazzo, un grande mosaico e tre vetrate della sala per concerti .
Il Museo è stato costruito in belle pietre dorate della Turbia, in un parco di pini, cipressi, ulivi, essenze, lavande e rosmarini; è volutamente spoglio per confermare l'esigenza di spiritualità delle opere realizzate da Chagall e da lui donate alla Francia nel 1966 con una bellissima dedica: ho voluto lasciarli in questa Casa perchè gli uomini cerchino di trovarvi una certa pace una certa spiritualità
La tematica biblica dell'opera chagalliana non si configura come arte sacra o specificatamente religiosa, ma come dice lo stesso artista: L'arte è uno stato d'animo è già in sè un atto religioso ed è sacra quando è creata al di sopra di interessi di gloria o bene materiale (conferenza chicago1958). Il Messaggio Biblico è un messaggio universale al di là di ogni confessione religiosa.
Nelle opere esposte a Nizza non c'è una successione cronologica, il Museo non impone un percorso e nessun senso di lettura, lascia che ogni opera diffonda la sua propria atmosfera. Ogni quadro - organizzato intorno all'incontro fra un uomo - profeta, patriarca - e Dio, trasmette il messaggio che sta alla base dell'opera di Chagall che non vuole raccontare gli episodi come Dorè, ma interpretarli dal profondo della sua anima con un linguaggio simbolico, lasciando al fruitore l'interpretazione dell'opera.

LA TECNICA

Chagall artista del colore crea le sue interpretazioni bibliche con una materiatecnicamente alleggerita per non inchiodare sul quadro le sue creature. Il pittore dà il tocco della vibrazione dei colori, per inserire i personaggi nell'atmosfera.
Scegliendo di costruire la sua opera a piccoli tocchi, a schegge iridate,Chagall accorda una materia luminosa e nebulosa alla spiritualità della Rivelazione: Dio si nasconde in questa nuvola e si mostra come Luce. Egli dà una struttura rigorosa: linee diagonali portano l'uomo verso il cielo. Alla diagonale, sono associati il cerchio e l'ellisse attivi portatori di un senso di armonia tra l'uomo e Dio
(P.Provoyeur CHAGALL , 1983 Jaca Book p.33

LE OPERE

1 LA CREAZIONE DELL'UOMO Gn 1,20 ss

La grande tela posta all'ingresso della grande sala, presenta Adamo che, abbandonato nelle braccia dell'angelo, si contrappone alla figura del Crocifisso nella sfolgorante girandola della Creazione. Al centro della girandola appare il sole, l'energia iniziale, la sfera di fuoco lanciata nel cielo dalla Creazione, Il suo ruotare associato al colore stridente del vermiglio associato a toni freddi e caldi mischiati, crea nell'opera un elemento motore che trascina l'insieme della composizione -cerchio e diagonale - cui si aggiunge il colore: giallo raggiante del cielo, azzurro fondo della terra e culmina nella grande figura del Cristo crocifisso. Il dipinto ci mostra l'uomo che soccomberà alla caduta e, nella presenza del Cristo, la speranza della Redenzione. La nascita dell'uomo e la morte di Cristo sono accostate, è l'angelo, espressione del Creatore, che porta l'uomo. L'uomo è ancora addormentato, ma presto verrà deposto sulla terra, libero, Il serpente è già arrotolato sotto l'uomo..
Iconograficamente il dipinto si riferisce al secondo racconto della creazione della Genesi, nel quale è posto il serpente tentatore.

2 IL PARADISO Gn.2,4ss

Questo quadro insieme alla caduta, occupa un posto d'onore: entrambi sono realizzati con un miscuglio di blu e verdi luminosi, riscaldati dal rosso dei mazzi di fiori che prendono un significato profondo. Il quadro diviso in due composizioni rappresenta, oltre alla coppia, la creazione di Eva in cui Dio è evocato come la nuvola bianca l 'uomo è una specie di Yogi su cui s'innalza la donna protetta dalla nube bianca. Il giardino dell'Eden è il luogo dell'accordo intimo della pace tra tutti i viventi. L'uomo la donna animali e angeli circondano la coppia originale, suprema incarnazione dell'amore del Creatore per le sue creature (espresso in alto nella e splendida figura angelica dal sorriso ineffabile). Nell'opera, Adamo ed Eva diventano i gambi dei mazzi di fiori intorno all'Angelo, in un insieme che si assimila all'albero della vita. L'uomo la donna e il serpente recitano la tragedia del peccato originale. I progenitori, strettamente abbracciati, portano insieme la responsabilità del peccato: l'associazione nella risposta al tentatore

3 ADAMO ED EVA CACCIATI DAL PARADISO Gn. cap.3,23

Immagine di un Paradiso perduto in cui domina splendente l'albero della vita e dell'immortalità, che i progenitori non possono più toccare dopo essersi impossessati, nella disobbedienza a Dio, della scienza del bene e del male, La tonalità generale verde e blu del dipinto, è rotta da dissonanze violente: il rosso dei capelli di Eva e il rosso del gallo della cacciata, i crudi gialli a destra. L'uccello, il pesce i fiori sono ricordi di quel paradiso perduto
Le piume le scaglie brillanti, i petali sono particelle vibranti di colore gli alberi capovolti sono ricordo di una realtà che non è più la stessa. Patetica la donnina accanto al pittore, con la testa rovesciata in un movimento che corrisponde al dramma che si compie,
L'angelo incandescente come sole brandisce una specie di bastone che però è paragonabile al fiume azzurro che attraversa il quadro. Troppo duro per l'artista dipingere una cosa crudele come la spada di fuoco del racconto biblico


4 L'ARCA DI NOÈ  Gn.7

Chagall, a differenza di tanti autori di questo tema, raffigura l'interno dell'arca. La composizione è costruita intorno ad un vuoto centrale: una folla, uomini e bestie mescolati e illuminati da una sola luce, camminano verso una nuova vita mediante la prefigurazione del battesimo, il diluvio. Una luce interiore illumina gli esseri: il bianco del cavallo, il giallo della cerva, il rosa della donna il verde del volto di Noè. Se pure dei raggi entrano dalla finestra non portano luce forte come quella degli sbuffi di vapore bianco,simbolo della prima redenzione.Quegli sbuffi dipinti a piena pasta e con l'aggiunta di segatura per dare maggior vibrazione alla luce sulla superficie della tela.
L'arca è veramente lo spazio mistico in cui l'umanità opera la sua seconda nascita. Numerose le maternità che compongono l'umanità gioiosa e uno di quei bimbi con le braccia in croce è già il Cristo. La composizione ruota come un ellisse intorno al braccio di Noè che lancia la colomba in uno spazio acquatico. Un grande uccello, un pavone - prolunga quel gesto (e noi sappiamo che, nel linguaggio cristiano, certamente noto a Chagall, il pavone simboleggia la salvezza eterna) un gesto che si conclude nella scala di Giacobbe con la quale Chagall si apre verso il cielo.

5 NOÈ E L'ARCOBALENO Gn 9,12-17

Il tema del quadro ha come soggetto essenziale la "messa in spazio della luce" che fa cantare i colori.L'apparizione della creatura celeste, la divinità, come un angelo barbuto che porta l'arcobaleno che ha perduto il colore iridato perdiventare puro raggio di luce nella magistrale composizione di generosi verdi vibranti e caldo il blu per la veste di Noè così il rosso, colori che fanno cantare la composizione e si riflettono sul volto di Noe. Mentre Noè e l'arcobaleno fondano un simbolo di armonia e serenità, le altre figure sono disordine e agitazione. Da un villaggio col fuoco fuggono le folle tendendo le braccia al cielo, umanità desolata grida e supplica , è presente l'immagine dei pogrom degli ebrei, incarnazione dell'umanità sofferente, persecuzione dell'uomo da parte dell'uomo, come Chagall l'ha incontrata ad ogni svolta della vita . Al centro un altare con l'offerta dell'agnello sacrificale, la composizione si apre al simbolo: l'altare diventa la casa in fiamme del villaggio l'agnello è sul tetto: l'immagine biblica è posta nel quotidiano.
Chagall dissemina gli angoli della tela di creature volanti Davide, Cristo o Mosè come stelle filanti e dovunque il colore vibra e si articola sfaccettandosi in piani successivi. La donna l'uomo l'agnello formano l'immagine delle Sacre Famiglia della pittura classica , serenità quotidiana, ma simbolo del destino crudele del sacrificio. In queste contrapposizioni dove i personaggi sembrano raffigurare i drammi dell'umanità,emerge la speranza nella volontà di elevarsi per l'uomo al di sopra della sua tragica condizione.

ABRAMO E I TRE ANGELI Gn.18,1-15

L'Incontro di Abramo con gli Angeli è immerso in un rosso che si incendia del divino. Queste quadro è l'unico in cui nè cerchio nè diagonale vengono a sostenere la composizione, dove invece una rete di verticali e orizzontali sostiene l'organizzazione del quadro. L'opera che rappresenta l'episodio biblico della quercia di Mambre riflette le conoscenze che certamente Chagall aveva dell'Icona della Santa Trinità di Andrej Rubliev dove i tre angeli sono rappresentati intorno ad una tavola. Episodio considerato dall'esegesi biblica come prefigurazione della SS.Trinità
Lo sfondo rosso evoca questa pittura e gli dà una grandezza bizantina e, mentre il procedimento cubista ne sottolinea lo splendore, ha l'effetto di spingere gli angeli in percettibile movimento verso lo spettatore.
Il rosso ha poi una valenza simbolica notevole, come abbiamo avuto modo di sapere: simbolo dell'amore divino (Trinità) ma anche simbolo della vita trasmessa (Sara avrà un figlio, Isacco) e, quando è più scuro, simbolo della violenza e nell'episodio biblico vediamo in alto Abramo accompagnare gli Angeli che dopo il messaggio di vita a Sara andranno a distruggere le città peccatrici Sodoma e Gomorra.L'Angelo è una creatura molto cara a Chagall: uomo-uccello, è l'immagine della libertà dell'ascensione nello spazio della vorticosa discesa in terra, con fiori tra le mani diventa uno dei suoi più noti simboli espressivi. Il volto di Abramo è vibrante di tutti i colori dell'iride

7 IL SACRIFICIO D'ISACCO Gn. 22

Una scena di una grande potenza. Il dialogo dell'uomo con Dio suo Creatore, trova nel sacrificio d'Isacco il suo episodio più tragico: la scena dimostra la terribile esigenza di Dio (va ricordato il significato di quest'atto come rituale religioso dei popoli Caldei l'offerta del primogenito. Abramo osservante delle prescrizioni religiose e innamorato di Dio, crede di dover procedere anch'egli a quest'uso, ma dice Dio "Ora so che tu temi Dio non mi hai rifiutato tuo figlio il tuo unico figlio". Con questo avvenimento Dio vuole che cessi l'uso barbarico perchè Lui solo è Signore della vita e della morte) La scena è organizzata nella più drammatica delle composizioni quella diagonale e mostra intensamente la carica di sentimento del momento, l'amore del padre per il figlio, la sofferenza atroce per un volere divino cui Abramo si sottomette. Il corpo di Isacco colorato in giallo, speranza divina, è la vittima offerta e si piega sotto il coltello in una curva che richiama quella della creazione dell'uomo. Il viso di Abramo, in un drammatico alone rosso, si alza verso l'angelo in un'interrogazione angosciata ma piena i fede, Sara è a sinistra in un grido di supplica, accanto l'ariete che sostituirà Isacco . Nella parte alta a destra Chagall associa Abramo che immola il figlio al Cristo che porta la croce e che sarà vittima consumata per l'umanità: "Padre non la mia ma la tua volonta sia fatta"

8 IL SOGNO DI GIACOBBE Gn.28-10,22

Il quadro doveva collegarsi a quello seguente: La lotta di Giacobbe con l'angelo con cui doveva formare un trittico dalla comune intonazione cromatica blu viola.Un'articolazione di sfaccettature costituisce l'insieme delle composizioni: il viola della parte centrale si trova nel viola della veste di Giacobbe. I gialli percorrono la scena, dal piccolo sacrificio di Isacco a destra fino alle ali dell'angelo della lotta. L'unione delle due scene non deve essere persa di vista è per cogliere il significato di una composizione in cui nessuna figura è posta in modo solo fantastico. La scelta del colore è già rivelatrice: blu e viola colori della notte quando avvengono i fatti (Gn 28- 10,15) ed accentuano il carattere soprannaturale del sogno profetico e poetico. La notte dell'annuncio è rischiarata dalle ali luminose dell'angelo con la Menorah che sembra trasmettere la luce sugli angeli che salgono sulla scala.Notiamo ancora altri elementi: il sacrificio d'Isacco corrisponde in alto alla Crocifissione, il quadro che segna nel modo più tragico la solidarietà del pittore con l'umanità straziata, l'ignoranza piena di disprezzo degli uomini nei confronti di quell'amore di cui Cristo è portatore. Questa croce, coricata, inaugura un'asse che attraverso gli occhi chiusi dell'angelo, si prolunga in quelli di Giacobbe che sembra chinare la testa per ricevere la protezione divina. Di qui all'altra scala, il passo è breve; due metafore: la scala della Passione, scala di sofferenza associata al sacrificio e alla morte, la scala di Giacobbe via al cielo e immagine di speranza. Una associazione che avevamo già trovato nella creazione dell'uomo.

9 LA LOTTA DI GIACOBBE CON L'ANGELO Gn 32- 23,33

La notte della Lotta di Giacobbe è rischiarata dalla luminosa apparizione dell'angelo con la Menorah
Per realizzare quest'opera Chagall aveva studiato quella di Delacroix nella chiesa di St. Sulpice, ma arricchisce il tema con motivi personali: il gallo d'oro simbolo di energia (simbolo di tradizione popolare slava) , ma in questo caso in quanto giallo, domina il quadro, il gallo che canta all'arrivo dell'aurora e in questo quadro annuncia l'alba, la fine del combattimento di Giacobbe sotto i cui piedi si distende Vitebsk cosicchè i due sembrano proiettati in cielo conferendo all'opera una dimensione cosmica.Lo spuntare dell'aurora indica il momento scelto dal pittore , la fine della lotta il momento della riconciliazione in cui Giacobbe chiede allo sconosciuto di benedirlo.
E il combattimento mistico che l'uomo impegna tra bene e male; in questo combattimento Chagall. sceglie il momento della riconciliazione

10 MOSè DAVANTI AL ROVETO ARDENTE (Es.3)

Entriamo nel libro dell'Esodo di cui Chagall. ci presenta tre episodi unificati dalla figura di Mosè:Mosè davanti al cespuglio ardente.La disposizione delle scene ci porta da destra a sinistra in una lettura che è quella della scrittura ebraica.Mosè, accanto a lui Aronne col pettorale,è caduto in ginocchio nei pascoli di Jetro nel paese di Madian. Al di sopra del roveto in fiamme, una voce parla a Mosè, che Chagall. trasforma in angelo dissolto nel verde e chiuso nell'irradiarsi del clipeo iridato. Quell'arcobaleno di Ezechiele che l'arte, dopo Bisanzio, ha usato per esprimere la ierofania il Cristo Signore nella mandorla iridata. Un cerchio dinamico che crea l'asse della tela e collega i due Mosè: quello che riceve il messaggio divino e quello che lo compie(Es.3,1ss)L'opera è concepita secondo un concetto cromatico che dal blu e verde termina nell'incandescenza dei gialli e rossi
Sulla sinistra è sintetizzato il racconto della fuga dell'ordine di Mosè al Mar Rosso e l'attraversamento dove gli egiziani sono molto caricaturati, mentre il popolo ebraico composto diventa la carne stessa del Profeta la cui testa gialla è il faro direzionale del popolo verso la salvezza che diventerà la legge

11 LA ROCCIA COLPITA (ES.17-1,7)

Austero nella sua cromaticità bruna,è anche la più popolata di tutte le scene.Ciò che appare immediatamente è la composizione su due colori: una monocromia rossa e una marrone con tratti di colore che non fanno che sottolineare quella tonalità bruna che esprime l'arsura del deserto Su questa stesura cromatica l'artista racconta il popolo che preme attendendo il miracolo dell'acqua. Mosè sottolineato dall'unico azzurro , abbandonato dall'ingratitudine del popolo, solitario nel suo dialogo, con Dio sollecita ancora la Sua potenza. In alto il giallo cielo appare più glorioso

12 MOSè RICEVE LE TAVOLE DELLA LEGGE (Es.19-20)

La consegna delle tavole della legge diventa la conclusione del dialogo diretto dell'uomo con Dio. Aronne regge il candelabro e porta sul pettorale le pietre delle 12 tribù.
Israele è una folla ben presto attirata alle seduzioni del vitello d'oro che appare in alto a destra.Davide e Geremia rispondono con lamenti alla debolezza del popolo. La scena si compone in una mezza ellisse col vertice nella consegna della legge e le parti laterali nel popolo.
La scena gloriosa è descritta nei toni più luminosi e si pone come conclusioneo apoteosi di un lungo travaglio: il bianco e giallo, il colori della luce del divino, sono semplicemente animati dal nero. La scena si svolge in pieno cielo percorso da raggi, animato sottilmente dai protagonisti della vicenda Chagalliana. La diagonale di Mosè che, sollevato, tende le braccia alla legge, organizza questo ultimo incontro con Dio. Un angelo porta la Torah in terra. Mosè illuminato da tutte le parti appare il più glorioso dei profeti, il redentore - con il Cristo, al quale Mosè spesso è associato - del peccato che aveva fatto cacciare l'uomo dal Paradiso.

LA SALA PER CONCERTI

E pervasa da una meravigliosa atmosfera azzurra, diffusa dalle tre vetrate che presentano un tema cosmico universale profondamente poetico, la Creazione narrata dalla Genesi. Chagall suddivide l'evento in tre tappe: i primi 4 giorni, la creazione degli animali e dell'uomo, il settimo giorno, il Sabato.
Il complesso delle vetrate si legge da destra a sinistra come la scrittura ebraica, come la tavola che raffigura. Il roveto ardente.

IL CANTICO DEI CANTICI

L'artista dedica i dipinti del Cantico esposti in apposita saletta,alla moglie con una iscrizione: A Vava, mia moglie, mia gioia e mia allegrezza, esprimendo così liricamente quell'amore sempre presente nelle sue tele. Questo libro della Bibbia - unico nel suo genere - è il cantico dell'Amore che si compie tra l'uomo e la donna, una realtà in cui abita il mistero che apre ad un amore più grande, in cui Dio si rivela. Chagal rapito nel mistero osmico che risuona nel Cantico dei Cantici testimonia il proprio rapimento in un'opera singolare.
Tornando nella stanza del Cantico a 96 anni ebbe a mormorare Dieu èst ici (Dio è qui)

CANTICO DEI CANTICI C.III


L'immaginario biblico si incontra con quello del pittore russo che immerge i due sposi in un fantasmagorico mondo di cerbiatti, colombe, alberi in fiore, in un cromatismo rosa caldo e luminoso ché passa al rosso all'arancio al bianco, dove schioccano nell'armonia dolcemente incandescente, i gialli gli azzurri i viola. La scelta di uno stesso colore rientra nella tecnica musicale del tema delle variazioni. Per Chagall la musica è indissociabile dalla pittura.
La metafora dell'alleanza tra il Signore e il suo popolo è sempre presente nella metafora delle nozze e nell'affollarsi festoso di gente, città appena accennate, immerse tra i colli e distese sulle rive dei mari. Ogni tanto spunta un richiamo preciso, come il trono di Salomone, il re Davide, il candelabro a 7 bracci,ma su tutto dominano le figure della sposa e dello sposo,sempre sospese tra angeli in una gaia atmosfera di colori e di luci.
L'unione dell'sposa (sempre in un lungo e aereo abito bianco) e dello sposo, è raffigurata da Chagall nel volo fantastico di un cavallo nel cielo rosso: Ho trovato l'amato dell'anima mia e non lo lascerò più. (Ct 3,4)
Le opere del Messaggio Biblico, raccolte da Andrè Malraux nel 1969 nel moderno museo di Nizza, sono state donate dall'artista alla Francia con questa dedica: Ho voluto dipingere il sogno di pace dell'umanità. Forse in questa casa verranno giovani e meno giovani a cercare un ideale di fraternità e d'amore come i miei colori l'hanno sognato. Forse non ci saranno più nemici e tutti,qualunque sia la loro religione, potranno venire qui e parlare di questo sogno, lontano dalla malvagità e dalla violenza. Sarà possibile questo? Credo di si, tutto è possibile se si comincia dall'amore.(M.Chagall - Prefazione al catalogo del Museo)
Chagall lavorò fino alla fine fino al giorno prima di morire il 28 marzo 1985. Guardando - ha detto un autore - le cose del mondo con l'innocenza di un bimbo"
Vecchio, cantò tutta la sua gratitudine e amò attendere la vita futura come l'eterno compiersi di quella trascendenza dell'esistere che lo aveva affascinato e occupato nella sua vita e che espresse nella poesia:

POUR L'AUTRE CLARTè (PER L'ALTRA CHIARITà)
Mio Dio per l'altra chiarità
che tu hai donato alla mia anima
grazie
mio Dio, per la tranquillità
che hai donato alla mia anima
grazie
Mio Dio, la notte è venuta
tu chiuderai i miei occhi prima del giorno
e io dipingerò di nuovo
Dei quadri per te
Sulla terra e nel cielo
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
TESTO DELLA DEDICA FATTA DA CHAGALL PER LA DONAZIONE DEL MESSAGE BIBLIQUE ALLA FRANCIA

Fin dalla mia prima giovinezza sono stato conquistato dalla Bibbia: mi è sempre apparsa e ancora mi appare come la più grande fonte di poesia di tutti i tempi.
Fin d'allora ho cercato questo riflesso nella vita e nell'arte. La Bibbia è come una grande eco della natura ed è questo segreto che ho cercato di trasmettere.
Secondo le mie forze, tutta la mia vita, sebbene abbia talvolta l'impressione di essere assolutamente un altro, di essere nato - si potrebbe dire - tra cielo e terra, che il mondo sia per me un grande deserto in cui la mia anima vaga come una fiaccola.
Ho fatto questi quadri all'unisono con questo sogno lontano, ho voluto lasciarli in questa Casa perchè gli uomini cerchino di trovarvi una certa pace una certa spiritualità, una religiosità, un senso della vita.
Questi quadri, nel mio pensiero, non rappresentano il sogno di un solo popolo, ma quello dell'umanità.. Ho pensato di lasciarli alla Francia, il paese dove sono nato una seconda volta.
Non tocca a me commentarli: Le opere d'arte devono esprimersi da sè
La pittura, il colore, non sono forse ispirati dall'Amore? La pittura è solo il riflesso del nostro io interiore e per questo stesso la maestria del pennello è superata, non conta affatto. Il colore con le sue linee contiene il vostro carattere e il vostro messaggio.
E poichè la vita va inevitabilmente verso la fine vediamo, durante la nostra, di colorarla con i nostri colori di amore e speranza. In questo amore si trova la logica sociale della vita e l'essenziale di ogni religione. Per me la perfezione, nell'arte e nella vita, è sgorgata da questa fonte biblica. Senza questo spirito, la sola meccanica di logica e di costruttività, nell'arte e nella vita non porta frutti.
Forse in questa casa verranno i giovani e meno giovani a cercare un'ideale di fraternità e d'amore così come i miei colori e le mie linee l'hanno sognato. Forse vi si pronunceranno anche le parole di quell'amore che io provo per tutti. Forse non ci saranno più nemici. Come una madre con amore e dolore mette al mondo un bambino, i giovani e i meno giovani costruiranno il mondo dell'amore con un nuovo colore e tutti, qualsiasi religione abbiamo, potranno venirvi e parlare di questo sogno, lontano dalle malvagità e dalla violenza.
Vorrei che in questo luogo si esponessero opere d'arte e testimonianze della spiritualità di tutti i popoli; che si facesse udire la musica e la poesia dettate dal cuore di tutto il mondo.
E possibile questo sogno? Credo di si. Nell'arte come nella vita tutto è possibile se si comincia dall'amore.
Marc Chagall






















mercoledì 25 ottobre 2017

IKONE I IKONOKLAZAM

Preuzeto sa : http://www.medievalwall.com/hrvatski/umjetnost-razlicitih-drzava/bizantska-umjetnost-ikone-ikonoklazam/#





BIZANTSKA UMJETNOST: IKONE I IKONOKLAZAM
Autor: Tea Gudek Šnajdar
Štovanje ikona u Bizantskom Carstvu bilo je toliko razvijeno i rasprostranjeno, da su se uz njega razvili običaji koji su bili drugačiji od onih na Zapadu. Početkom 8. st. poprimilo je neslućene razmjere, te je dovelo do otvorenih unutarnjih borbi, poznatih kao ikonoklazam.

Bizantsko Carstvo svakako je bilo jedna od najzanimljivijih srednjovjekovnih državnih tvorevina. Zbog svoga smještaja, u njegovoj kulturi i umjetnosti isprepliću se europski i bliskoistočni utjecaji. Ta veza stvorila je specifične oblike i mentalitet, koji ga razlikuju od europskih država tog vremena.
IKONE
Jedan od karakterističnih i prepoznatljivih izdanaka bizantske umjetnosti su ikone, koje su mogle prikazivati Krista, Bogorodicu ili nekog od svetaca. Način na koji su bili prikazivani odvajao ih je od ovozemaljskog svijeta, a vjernici su ih doživljavali kao svete predmete preko kojih su mogli stupiti u vezu s Bogom. Pozadine na ikonama u pravilu su bile zlatne boje, koja je negirala prostor i vrijeme. Time se fokus premjestio isključivo na prikazan lik, koji često ima smiren, neutralan izraz lica, očiju usmjerenih u promatrača.
Razvoj ikona
Štovanje ikona, vjerojatno se razvilo od kulta relikvija koji se na Istoku javlja u 4. st.  Vjernici su željeli biti što bliže određenim svecima, kao i samom Kristu i Bogorodici. To su ostvarivali preko opipljivih predmeta koji su bili u nekoj fizičkoj vezi s njima, tokom njihova života. Ovu njihovu svrhu preuzimaju ikone. Najranije sačuvane pojedinačne ikone nastale su u 5. i 6. st. Najvećim djelom potječu iz samostana sv. Katarine na brdu Sinaju. Većina ostalih sačuvanih primjera potječe iz 10. i 11. st., no pravi procvat izrada ikona doživljava u vremenu dinastije Paleologa (13. – 15. st.), i to ne samo u Bizantu, nego i na području Bugarske i Rusije.
S vremenom, osobito nakon razdoblja ikonoklazma, razvili su se različiti tipovi ikona. Tako primjerice nailazimo na „Kalendarske ikone“, na kojima su prikazivani blagdani u određenom vremenskom razdoblju. Na nekima su prikazivane skupine od nekoliko desetaka svetaca, sistematizirani u nekoliko redova. Česte su bile i „Vita ikone“, koje su osim središnje figure sveca, prikazivale i važne događaje iz njegova života.
FUNKCIJA IKONA
Ikone su kao materijalni posrednik između vjernika i Boga, korištene na nekoliko načina. Imale su važnu ulogu u liturgiji, budući da se misa održavala ispred ikone koja je odgovarala blagdanu toga dana. Svaka crkva imala je ikonu s prikazom svoga zaštitnika, kojem je bila posvećena. Osim toga, prijenosne ikone, naslikane na platnu ili drvenoj podlozi, imale su važnu funkciju u procesijama. Uz ove, javne, ikone su imale i privatno, intimno značenje. Svaki vjernik mogao je imati svoju ikonu koju je koristio za kućne pobožnosti ili na putovanjima.
U crkvama se s vremenom broj ikona povećava, te se one počinju izlagati na templonu, koji se kasnije razvija u ikonostas, a on ujedno počinje služiti kao pregrada između svetišta i dijela za vjernike. Redoslijed ikona na ikonostasu bio je strogo određen, a najčešće je imao pet razina.
IKONOKLAZAM
Štovanje ikona početkom 8. st., osobito u pučkim slojevima, poprimilo je pretjerane razmjere. S ikonama se razgovaralo, a za neke se smatralo kako nisu napravljene ljudskom rukom. Pripisivale su im se različite nadnaravne moći.
Kao reakcija na to, uslijedila je propaganda protiv prikaza svetaca, Krista i Bogorodice na slikama, koja je trajala više od sto godina (726.-843.). Ikone su javno spaljivane, a uništavane su i zidne slike i mozaici. No, čini se da razlozi za pokretanje ikonoklazma nisu bili samo vjerske, nego i političke naravi. U Bizantu je propaganda protiv slika, počela 726. g., što se poklapa s vremenom kada je i kalif Jazid II. naredio uništavanje svih slika u hramovima, crkvama i kućama. U ikonoklazmu se zaista mogu prepoznati utjecaji ideja s Bliskog istoka, što je vidljivo i po podrijetlu careva koji su bili njegovi istaknuti pristaše. Započeo ga je car Leon III. koji je bio Sirijac, a nakon kratkog prekida, ponovno ga je pokrenuo car Leon V. koji je bio Armenac. Ovu staru opreku između grčkih i orijentalnih elemenata unutar bizantske kulture, mogu još dodatno potvrditi imena carica koje su obnovile kult slika, a to su Grkinja carica Irena, te helenizirana Paflagonijka, carica Teodora.
Kao pristaše ikonoklazma osobito se ističu intelektualci, dok je na stranu daljnjeg štovanja slika stao puk, na čelu s redovnicima. Redovnici koji su bili brojni, sa svojim velikim zemljoposjedima, bogatim riznicama, te izrazitim utjecajem na stanovništvo bili su izuzetno moćna snaga unutar države. Zbog njihove moći i utjecaja, carevi su kroz ikonoklastičke borbe iskoristili priliku da im smanje moć, a također i zaplijene dio imovine. Tako uz vjerski i politički, ikonoklazam zapravo ima i društveni kontekst.
Sukob je od 726. g. trajao sve do 780. g. kada je carica Irena, koja je preuzela vlast u ime svog maloljetnog sina, u sporazumu s papom uspjela obnoviti štovanje slika (II. Nikejski koncil, 787. g.). No, 813. g., car Leon V. ponovno je pokrenuo borbu protiv slika koja je trajala tridesetak godina, sve dok 843. g. carica Teodora nije potvrdila valjanost kanona iz 787. g. Konačni kraj ikonoklazma proslavljen je svečanom procesijom do Aja Sofije koju je predvodila carica Teodora. Izrađeni su i novi mozaici u Aja Sofiji, među kojima se osobito ističe onaj s prikazom Bogorodice s Kristom, smješten u samoj apsidi crkve.
Posljedice ikonoklazma
Za vrijeme ikonoklastičkih borbi, Bizantsko Carstvo gospodarski i vojno je oslabilo. No, to je bilo samo privremeno, budući da je iz ikonoklazma Carstvo izašlo obogaćeno, zbog zaplijenjenog blaga iz crkvenih riznica. No, bili su narušeni i odnosi sa Zapadom, jer su razlozi ikonoklastičkih borbi i uništavanja sakralnih slika tamo bili neshvatljivi.
U nešto više od sto godina, koliko je ovaj pokret trajao, uništena su mnoga ranija umjetnička djela, a došlo je i do prekida u umjetničkom kontinuitetu. No, ova kriza donijela je i novi zamah u umjetnosti, budući da se ikonoklastička umjetnost okrenula prema prikazivanju prirode i svjetovnih prizora. Sve to, donijelo je novi preporod u samoj umjetnosti, što će se osobito osjetiti u stoljećima koja su uslijedila.

martedì 19 settembre 2017





Papa Ivan Pavao II. u Sarajevu (9)
Autor: Autograf.hr / 26.12.2015. Leave a Comment
Ivan Pavao II
(Opaska uredništva: Nastavno na feljton o papi Franji u Sarajevu donosimo sve planirane govore pohoda pape Ivana Pavla II. Sarajevu 1994., koji su izgovoreni 8. rujna 1994. u Castelgandolfu, a onda i govore s realiziranog pohoda glavnom gradu Bosne i Hercegovine 12. i 13. travnja 1997. Činimo to u spomen na brojne žrtve rata tijekom opsade Sarajeva, kao podsjetnik na recentnu povijest i kao znak poštovanja prema učenju ovoga velikoga pastira).
Propovijed pape Ivana Pavla II. na slavlju Večernje u katedrali
U sarajevskoj katedrali, posvećenoj Srcu Isusovu, papa Ivan Pavao II. slavio je u predvečerje 12. travnja Večernju zajedno s nazočnim biskupima, svećenicima, Bogu posvećenim osobama, bogoslovima i sjemeništarcima. Nakon što je kardinal Vinko Puljić uputio riječi poštovanja i pozdrava, Papa je održao sljedeću lo homiliju:
Došao sam u Sarajevo da bih na ovome napaćenom tlu ponovio poruku apostola Pavla: “Krist je Mir naš, on koji od dvoga učini jedno: razori pregradu razdvojnicu, to jest neprijateljstvo” (Ef 2, 14)
”Uzoriti Gospodine Kardinale,
oci Biskupi Bosne i Hercegovine,
Časna Braćo u biskupstvu ovdje okupljena,
dragi svećenici, redovnici, redovnice,
bogoslovi i sjemeništarci!
1.”Vi ste rod izabrani, kraljevsko svećenstvo, sveti puk” (1 pt 2, 9). Obraćam vam se ovim riječima apostola Petra upravljenima kršćanima i srdačno vas pozdravljam: vas koje Bog “iz tame pozva k divnom svjetlu svojemu”, vas na kojima leži obveza da pred svijetom naviještate Njegova “silna djela” (isto).
Koja su to ”silna djela’? Neizbrojiva su sva ona “divna djela” koja je Bog učinio u ljudskoj povijesti! Među svim tim “silnim djelima” svakako je najveće uskrsnuće Isusa Krista od kojega je potekao novi Narod kojemu i mi pripadamo.
U Vazmenome su otajstvu svladana stara neprijateljstva: oni, naime, koji prije bijahu “Ne-narod”, jer su bili “Ne-mili”, sada su postali, ili su pak pozvani da budu, jedan jedini “narod Božji”, koji se po krvi Kristovoj ubraja u “Mile” (1 Pt 2, 10).
To je ona radosna poruka koju Crkva proživljava i navješćuje u ovo vazmeno vrijeme te pjeva pohvalu i zahvalnicu Isusu Kristu, “koji je predan smrti za opačine naše i uskrišen radi našega opravdanja” (Rim 4, 25).
2.Draga braćo i sestre, iz dubine svoje duše zahvaljujem Gospodinu koji je dopustio da se ostvari ovo hodočašće što sam ga tako dugo vremena želio i iščekivao. Radostan sam što sam sada ovdje, u ovoj katedrali, zajedno s vama, kako bih se pridružio vašoj molitvi Onome koji je “naš Mir” (Ef2, 14).
S ljubavlju pozdravljam sve vas ovdje nazočne, a navlastito pak pozdravljam gospodina kardinala Vinka Puljića, kojemu zahvaljujem za osjećaje očitovane u ime svakoga pojedinog od vas. U ovome trenutku posebno mislim na svećenike i na posvećene osobe, koji su puno prepatili tijekom ovih teških godina. Ne zaboravljam one koji su nestali, kao što su to svećenici Grgić i Matanović, tražeći da se rasvijetle njihovi slučajevi.
Na osobit se način spominjem onih koji su vlastitom krvlju platili svoje svjedočanstvo ljubavi za Krista i braću. Neka njihova prolivena krv dade novu snagu Crkvi koja ništa drugo ne traži nego da u Bosni i Hercegovini može slobodno propovijedati Evanđelje vječnoga spasenja, poštujući pri tom svako ljudsko biće, svaku kulturu i svaku vjeru.
Ovdje, u ovome “mučeničkom gradu”, kao i u cijeloj Bosni i Hercegovini, obilježenima žestinom lude “logike” smrti, podjele i uništenja, bilo je osoba koje su se borile da bi “razori le pregradu razdvojnicu”. Bili ste vi, koji ste posred patnji i svakovrsnih opasnosti revno radili da se otvori put miru. Na poseban način mislim na vas, svećenici, koji ste u tužno ratno doba ostali uz svoje vjernike i s njima zajedno podnosili nevolje te smjelo i vjerno nastavili obavljati svoju službu
Došao sam u Sarajevo da bih na ovome napaćenom tlu ponovio poruku apostola Pavla: “Krist je Mir naš, on koji od dvoga učini jedno: razori pregradu razdvojnicu, to jest neprijateljstvo” (Ef 2, 14). U visokoj se “pregradi razdvojnici”, pred kojom se svijet osjećao gotovo bespomoćan, napokon pojavila “pukotina mira”.
Uslišana je ustrajna i žarka molitva koju je označavala svijeća što je zapaljena u bazilici sv. Petra u vrijeme strašnih dana rata. Sada tu svijeću povjeravam vama kako bi u ovoj katedrali nastavila gajiti pouzdanje u majčinsku pomoć Presvete Djevice podsjećajući sve na obvezu neumornoga rada u službi mira.
3.Ovdje, u ovome “mučeničkom gradu”, kao i u cijeloj Bosni i Hercegovini, obilježenima žestinom lude “logike” smrti, podjele i uništenja, bilo je osoba koje su se borile da bi “razori le pregradu razdvojnicu”. Bili ste vi, koji ste posred patnji i svakovrsnih opasnosti revno radili da se otvori put miru. Na poseban način mislim na vas, svećenici, koji ste u tužno ratno doba ostali uz svoje vjernike i s njima zajedno podnosili nevolje te smjelo i vjerno nastavili obavljati svoju službu. Hvala vam na tome znaku ljubavi prema Kristu i Njegovoj Crkvi. Ovih ste godina ispisali stranice pravoga junaštva koje se ne mogu zaboraviti.
Danas sam došao reći vam: hrabro naprijed! Ne umarajte se u zalaganju oko promaknuća toliko dugo žuđenoga mira! Već sviće Božja zora ovome puku i svjetlo novoga dana već obasjava vaše korake.
Predragi, preporučujem vam da u buduće, čak i uz cijenu velikih žrtava, ostanete s povjerenim vam stadom i budete nositelji nade i jasni svjedoci Kristova mira. U obavljanju svojega poslanja postojano čuvajte smisao vašega zvanja i vašega identiteta Kristovih svećenika. Neka za vas bude razlog ponosa da sa svetim Pavlom možete ponavljati: “U svemu se iskazujmo kao poslužitelji: velikom postojanošću u nevoljama… u čistoći, u spoznanju, u velikodušnosti, u dobroti, u Duhu Svetome, u ljubavi nehinjenoj” (2 Kor 6, 4-6).
4.I vama također, dragi redovnici i redovnice, želim očitovati zahvalnost Crkve za dragocjeno djelo koje ste napravili i koje nastavljate raditi služeći narodu Božjem i svjedočeći Evanđelje zavjetovanjem evanđeoskih savjeta i raznovrsnim oblicima apostolata.
Znajte ponovno oživjeti iskonsku karizmu koju su vam povjerili vaši utemeljitelj i i utemeljiteljice, pri tom uvijek iznova otkrivajući njezino bogatstvo i živeći je uvijek sa sve većim i jačim uvjerenjem.
Kako u ovoj katedrali ne spomenuti mons. Josipa Stadlera, prvoga nadbiskupa obnovljenoga starog biskupskog sjedišta u Vrhbosni, današnjemu Sarajevu, i utemeljitelja Družbe služavki maloga Isusa, jedine redovničke zajednice koja je nastala u Bosni i Hercegovini? Neka živi spomen na toga velikog pastira, posve vjerna Apostolskoj Stolici i uvijek spremna služiti braći, hrabri i podupire misionarsko zalaganje svih Bogu posvećenih osoba, koje rade u ovome meni tako dragome kraju!
Posebnim se riječima želim obratiti vama, draga manja braćo franjevci, koje pozdravljam zajedno s vašim Generalnim Ministrom, nazočnim večeras među nama. Tijekom minulih stoljeća mnogo ste truda uložili u širenje i očuvanje kršćanske vjere u Bosni i Hercegovini, djelotvorno pri tom pridonoseći propovijedanju Evanđelja među ovdašnjim pučanstvom
Posebnim se riječima želim obratiti vama, draga manja braćo franjevci, koje pozdravljam zajedno s vašim Generalnim Ministrom, nazočnim večeras među nama. Tijekom minulih stoljeća mnogo ste truda uložili u širenje i očuvanje kršćanske vjere u Bosni i Hercegovini, djelotvorno pri tom pridonoseći propovijedanju Evanđelja među ovdašnjim pučanstvom.
Vaša slavna prošlost obvezuje vas da svoju velikodušnost iskažete u sadašnjemu vremenu, slijedeći stope svetoga Franje, koji je, prema njegovu prvome životopiscu, bio posve ispunjen – “u srcu, na usnama, u ušima, u očima, u rukama i u svim drugim dijelovima tijela” – suživljenim spomenom na Krista raspetoga (I. Cel. 115), kojega je rane nosio u srcu prije nego na tijelu (II. Cel. 11).
Vrlo je suvremen poziv što ga je upućivao svojoj braći: “Savjetujem, opominjem i potičem svoju braću u Gospodinu Isusu Kristu da se, kad idu po svijetu, ne svađaju, da izbjegavaju prepirke, da ne sude druge, nego da budu ponizni, miroljubivi i skromni, sa svima pristojno razgovarajući, kako im i dolikuje” (Potvrđeno Pravilo, gl. III.). Koliku li će korist iz takvoga svjedočanstva franjevačke poniznosti imati jedinstvo Crkve, apostolska djelatnost i sam mir!
5.Svima vama, svećenici, redovnici, redovnice, bogoslovi i sjemeništarci, želim dati dvostruku preporuku: živite međusobno u solidarnosti i budite “savršeno istoga osjećanja i istoga mišljenja” (1 Kor I, 10). Bit će to neosporiv znak djelotvorne Kristove nazočnosti.
Zajedno s duhom poniznosti i poslušnosti gajite zajedništvo i djelotvornu dušobrižničku suradnju sa svojim biskupima, sukladno poticaju svetoga Ignacija Antiohijskoga: “Preklinjem vas, vodite računa da sve činite u Božjoj slozi, pod vodstvom biskupa” (Poslanica Magne anima, 6, I). To je, uostalom, nauk i Drugoga vatikanskog općeg crkvenog sabora, koji opominje: “Biskupi upravljaju mjesnim Crkvama koje su im povjerene kao namjesnici i poslanici Kristovi” (Lumen gentium, 27).
Kao posljedica te službe, pojašnjava isti Sabor, “biskupi imaju sveto pravo i pred Gospodinom dužnost da daju zakone svojim podložnicima, da vode i ravnaju svime što pripada bogoštovlju i apostolatu” (ondje). Zbog toga vjernici, zaključuje Sabor, “trebaju pristajati uz biskupa kao Crkva uz Isusa Krista i kao Isus Krist uz Oca, kako bi sve bilo skladno u jedinstvu i raslo na slavu Božju” (ondje).
6.Predragi, za sve je došlo vrijeme velikoga ispita savjesti: došlo je, naime, vrijeme odlučnoga zalaganja za pomirenje i mir.
Poslani ste da, kao služitelji Božje ljubavi, otirete suze tolikih osoba koje oplakuju svoje najmilije koji su ubijeni, da slušate nemoćni krik onih koji su vidjeli pogaženima svoja prava i uništeno ono što im je najsvetije. Kao braća i sestre svih, budite blizu prognanicima i izbjeglicama, onima koji su istjerani iz vlastitoga doma i koji su ostali bez onoga što su htjeli graditi za svoje sutra. Budite potpora starcima, siročadi, udovicama.
Hrabrite mladež, koja se često puta neizbježno mora odricati mirnoga uključenja u život i koja je zbog žestine ratnoga sukoba prisiljena postati odrasla prije vremena.
Glasno i jasno valja reći: Nikada više rata! Potrebno je svakodnevno obnavljati napor susretanja s drugima, ispitujući vlastitu savjest ne samo što se tiče vlastite krivnje, nego i snage koju je svatko spreman uložiti u izgradnju mira. Potrebno je priznati prednost etičkih, moralnih i duhovnih vrijednosti te pri tom braniti pravo svakoga čovjeka da živi u miru i slozi i osuđivati svaki oblik nesnošljivosti i progonjenija što svoje korijene imaju u ideologijama koje gaze osobu i njezino nepovredivo dostojanstvo
Glasno i jasno valja reći: Nikada više rata! Potrebno je svakodnevno obnavljati napor susretanja s drugima, ispitujući vlastitu savjest ne samo što se tiče vlastite krivnje, nego i snage koju je svatko spreman uložiti u izgradnju mira. Potrebno je priznati prednost etičkih, moralnih i duhovnih vrijednosti te pri tom braniti pravo svakoga čovjeka da živi u miru i slozi i osuđivati svaki oblik nesnošljivosti i progonjenija što svoje korijene imaju u ideologijama koje gaze osobu i njezino nepovredivo dostojanstvo.
7.Draga braćo i sestre! Među vama je ovdje Petrov nasljednik, koji je došao kao hodočasnik mira, pomirenja i zajedništva. on je ovdje da bi sve podsjetio da Bog prašta samo onomu koji, sa svoje strane, ima hrabrost oprostiti drugima.
Prijeko je potrebno otvoriti svoj um Božjoj logici kako bi se postalo dio Njegova naroda i moglo naviještati “silna djela Njegove ljubavi” (usp. 1 pl 2, 9). Snaga će vašega primjera i vaše molitve od Gospodina onima, koji ga još nisu našli, isprositi odvažno st da traže oproštenje i da sami oproste drugima.
Utecimo se Mariji koju štujete u vašim brojnim svetištima i zamolimo je da nas uzme za ruku i pouči nas da su upravo odvažno st traženja i davanja oproštenja put koji vodi k pravome miru. Povjerimo joj taj naporni ali prijeko potrebni trud kako bi se ustrajno gradila “civilizacija ljubavi”. Marijo, Kraljice mira, moli za nas!”

IZVOR:
autograf.hr
novinarstvo s potpisom

mercoledì 6 settembre 2017

CIVILIZACIJA LJUBAVI UČI SE U OBITELJI



Matko Bupić
CIVILIZACIJA LJUBAVI UČI SE U OBITELJI


PREDAVANJE NA TRIBINI "OBITELJ – U GODINI OBITELJI" Dubrovnik, dvorana bl. Alojzija Stepinca, 11. ožujka 2004.



Ljubav – najveća od svih kreposti

Možda se i vama već dogodilo: promatrali ste kako se neki roditelji ponašaju prema svojoj djeci i pomislili: "To neće biti dobro! To nije nikakav odgoj!" Pa ipak sve bude dobro, protiv svih pravila pedagogije i psihologije. I zaista, bit će dobro ako je u odgoju i uopće u obitelji prisutno ono presudno: ljubav. Da je ljubav najveća od svih kreposti svjedoči sveti Pavao riječima "Kad ljubavi ne bih imao, ništa mi koristilo ne bi" (1 Kor 13,3).


Što je ljubav? Jedva da postoji riječ koja se toliko upotrebljava i zloupotrebljava: ljubav kao trpljenje, ljubav kao seks, ljubav kao oduševljenje, ljubav u šlagerima i romanima, podmitljiva ljubav, ljubav "za nekoliko krasnih dana"! A ljubavlju se naziva i: ljubav majke prema bolesnom djetetu, ljubav djece prema roditeljima, ljubav prema domovini, ljubav prema prirodi i životinjama, ljubav prema prijatelju i konačno: ljubav bračnih drugova koji jedno drugome ostaju vjerni i uz najveće poteškoće.

Što je ljubav? Mi kršćani bismo to trebali znati bolje od drugih. Mi bismo trebali biti "specijalisti" ljubavi. Jer Biblija kaže "Bog je ljubav" (Iv 4,16). On je Onaj koji beskrajno i nepojmljivo ljubi. O tome nas je izvijestio Isus, i to ne samo pukim riječima, On je to posvjedočio čitavim svojim životom, a povrh svega svojom smrću "Bog je tako ljubio svijet, da je dao svoga jedinoro đ enog Sina" (Iv 3,16). Da razumijemo što je ljubav moramo gledati na Boga. Prava ljudska ljubav je odsjaj ljubavi koja je sam Bog i koju nam Bog neprestano iskazuje. Da doživimo što je ljubav u braku i obitelji moramo gledati Isusa Krista. Jer On želi da njegova ljubav prema Crkvi bude vidljiva u ljubavi muža i žene, u ljubavi roditelja i djece. Bračna i obiteljska ljubav je sakramentalna ljubav. Od Boga doživljavamo da ljubav ne želi uzimati nego davati. Nerazumijevanje ove tajne ljubavi uzrok je mnogih nesporazuma u životu. Od Isusa doživljavamo da ljubav prvotno ne usrećuje sebe, nego drugoga čini sretnim. 

Ljubav podrazumijeva drugoga kakav on jest, ne idealnu sliku – nego stvarnost posve određenog čovjeka, ne preduvjete ili garanciju za budućnost – nego potpuni rizik ljudskog razvoja. Kad bismo je drugačije shvaćali, onda bi ona ovisila samo o vanjskim stvarima, o atraktivnostima, o mladosti i imanju; nestala bi kad bi iščezli pokretački razlozi. A tada se dolazi do mišljenja: nisam mislio na ovu ženu, nisam se za njega udala. Nitko ne može
 2
zahtijevati da uz nju izdržim! Ljubav je znači mrtva. To doživljavamo u razvodima brakova, u lomovima obitelji, u bezimenom trpljenju stotina tisuća onih koji su time pogođeni najčešće bez svoje krivnje. Da li je ljubav stvarno umrla? Ili ćemo se pitati da li je ikada bila tu, ili je možda bila u početku, ali nije rasla ni dozrijevala?

Što je dakle ljubav? Pomoću 13. glave Prve poslanice sv. Pavla Korinćanima zapućujemo se stazom koja nas najneposrednije i najdojmljivije vodi u spoznaju cijele istine o civilizaciji ljubavi. Nijedan drugi biblijski ulomak ne izriče tu istinu jednostavnije i dublje nego što je izriče hvalospjev ljubavi . 

U čemu se pokazuje prava ljubav? Odgovoriti na to pitanje značilo bi isto što i zagrabiti punom šakom iz beskrajnog mora ljubavi. Ali, i u najmanjim znakovima ljubavi ona se sva podrazumijeva. Zadržimo se zato barem na dva takva znaka, koji su uzeti iz opisa ljubavi koje sv. Pavao preporučuje u svojim Pismima obiteljima i zajednicama. 

Prvi (znak) glasi: "Podnosite jedni druge i dobrostivo opraštajte" (Kol 3,13).
 Podnositi jedni druge podrazumijeva više od samog prihvaćanja, koje se možda ionako više ne da promijeniti. Podnositi se može i ljude koji su "teški" u potajnoj nadi da ćemo ih se uskoro riješiti. U braku i obitelji se ne misli na takvo podnošenje. Muž i žena, roditelji i djeca žive skupa u najužoj životnoj zajednici. Ako se jedno s drugim miri samo zato što je sada tu, ne može se govoriti o ljubavi. Ima takvih situacija da žive jedno pored drugoga, umjesto jedno s drugim. Svaki ostaje pri svojim stanovištima, kod svojih životnih navika. Radi "mira u kući" o tome se više ne razgovara. Ali atmosfera je napeta. Mladi ne shvaćaju stare niti stari shvaćaju mlade. Podnose se samo naizvan. 

A podnošenje znači više. Podnijeti znači prihvatiti jedno drugoga, dopustiti da nešto vrijedi, dati mu pravo da bude ono što jest, ne htjeti ga preusmjeriti u ono što mi hoćemo da bude. Podnijeti znači ozbiljno uzeti drugoga u njegovoj osobnosti, njegove dobre i manje dobre osobine. Podnijeti znači prihvatiti i zatajenje jednog čovjeka, ne prihvatiti ono što je krivo, nego čovjeka koji je postao kriv. Prihvatiti drugoga kakav on jest: i muža koji ima posve druge interese, i ženu koja se manje zanima za posao muža, i sina koji se razvija posve drugačije i kćerku koja je zakazala u školi. Ni jedan čovjek ne može ispuniti očekivanja koja na njega upravlja prenapeta ljubav pa zavaravanja moraju dovesti do razočarenja. Jedino ako prihvaćamo čovjeka, a ne nešto što je na njemu, darujemo mu onu toplinu koja dolazi iz ljubavi. Obostrano prihvaćanje stvara onu atmosferu u kojoj čovjek nalazi smisao svoga života, nadu i radost.

U prihvaćanje spada i iskustvo opraštanja. Tko jednog čovjeka prihvaća neopozivo, prihvaća ga i s njegovim pogreškama i s njegovom krivnjom. Za Isusa je spremnost oprostiti toliko važna vrlina, da smatra kako je naše bogoslužje besmisleno i licemjerno ako ne činimo sve za pomirenje. To može biti vrlo teško. To može biti nadljudski teško, kada je drugi započeo, kada je možda podmuklo zloupotrebljavao povjerenje i izdao ljubav, kada je prevario bračnog druga, kada je roditelje teško povrijedio. Oprostiti ne znači odobriti grijeh. Oprostiti znači probiti đavolski krug zla, vratiti milo za drago na drugi način: "novčanicom"
 3
ljubavi, koja čovjeka ne napušta, nego ga oslobođa spona zla. A to može jedino ljubav koja ispravno oprašta. Podnositi jedni druge znači oprostiti jedni drugima. Možda je najteže, ali i najvažnije drugome oprostiti što je takav kakav jest: bračnom drugu što nije ispunio očekivanja, djeci što nisu ono što bi roditelji, ili čak i oni sami, htjeli biti. Podnašanjem i opraštanjem doživljavamo da ljubav u braku i obitelji nikada ne dolazi do kraja. Ona mora rasti i dozrijevati. Jer, škola ljubavi "nikada ne prestaje" (1 Kor 13,8) .

"Ljubavlju služite jedni drugima" (Gal 5,13) drugi je zahtjev s kojim sv. Pavao opisuje ljubav u svagdašnjici. Ljubav se mora dokazivati u djelima, a ne samo pukim riječima. Riječ služiti ne pristaje pravo u govor modernog čovjeka. Čini se da ona potječe iz vremena kad su ljudi još bili različiti, kad su se dijelili na one koji vladaju i one koji slušaju. U vrijeme jednakopravnosti nema mjesta podređenosti. S druge strane mnogo govorima o "službi", "službeničkim zvanjima" i sl. Radi se o poslu za koji je netko plaćen. Očekuje se da će on za svoju plaću "dobro služiti". Pavao sigurno nije ovako shvaćao služenje. Takva služba ne bi bila dovoljna u braku i obitelji. Služenje u kršćanskom shvaćanju jest služenje kako ga shvaća Krist Gospodin. Prilikom pranja nogu Isusu je sažeo, a na Veliki Petak na nezaboravan način pokazao kako On shvaća služenje. Njegov život i umiranje bili su služba predanja za nas. 

"Tko ho ć e me đ u vama biti najve ć i, neka vam bude poslužitelj. A tko ho ć e me đ u vama biti prvi, neka vam bude sluga" (Mt 20,26). Ove se riječi ne mogu shvatiti u smislu plaćene službe. Takvu službu može činiti netko samo čitavim srcem. Isus to očekuje od svih, On to osobito očekuje u braku i obitelji. Služenje ne protuslovi priznavanju i vršenju autoriteta. Jer i autoritet se može ispravno shvatiti jedino kao služenje. Apsolutni autoritet posjeduje jedino Bog. Ljudski autoritet, i onaj Crkve, jest autoritet koji služi. Tko ima autoritet treba sve svoje snage uložiti pomažuči one koji su mu povjereni kako bi postigli svoj cilj. Uistinu, što bude više služenja među bračnim drugovima i prema djeci to će na njihovom putu biti više svjetla, to će više jedni druge podnositi i jedni drugima služiti poštujući osnovno pravilo ljubavi. 

Ta ljubav, kojoj je apostol Pavao posvetio himan u Prvoj poslanici Korinćanima, ljubav koja je "strpljiva" , "dobrohotna" i "sve podnosi" (1 Kor 13,4.7) , zacijelo je zahtjevna ljubav. No, u tome i jest njezina ljepota: u tome što je zahtjevna, jer na taj način čini pravo dobro za čovjeka te ga zrači i na druge. Samo onaj koji u ime ljubavi zna biti zahtjevan prema sebi, može zahtijevati ljubav od drugih. Jer ljubav je zahtjevna. Ona je takva u svim ljudskim prilikama, takva je još više za onoga koji se je otvorio Evanđelju. Ljudi naših dana trebaju otkriti tu zahtjevnu ljubav jer se u njoj nalazi uistinu čvrsti temelj obitelji, temelj koji je kadar "sve podnijeti" . Prema Apostolu, ljubav neće biti u stanju "sve podnijeti" ako podliježe "zavisti" , ako se "osve ć uje" , ako se "pravi važnom" , ako "nema obzira" . Sveti Pavao uči da je prava ljubav drugačija. Ona "sve vjeruje, svemu se nada, sve podnosi" (1 Kor 13,7). Upravo će takva ljubav "sve podnijeti" . Jer u njoj djeluje moćna snaga samoga Boga koji je ljubav. Tu je na djelu moćna snaga Kristova koji je Otkupitelj čovjekov i Spasitelj svijeta. 

Opasnosti koje se nadvijaju nad ljubav predstavljaju prijetnju i za civilizaciju ljubavi jer potiču sve što je sposobno uspješno joj protusloviti. Tu se najprije misli na sebičnost, ne
 4
samo na sebičnost čovjeka pojedinca, nego također na sebičnost u dvoje ili u širem okolišu na društvenu sebičnost, npr. klasnu ili nacionalnu (nacionalizam!). Sebičnost se u svakom svom obliku izravno i korjenito protivi civilizaciji ljubavi. 

Svjesni svih opasnosti koje u današnje vrijeme prijete ljubavi opravdano je postaviti pitanje: da li je civilizacija ljubavi uopće moguća? U susretu s civilizacijom užitka, u kojoj žena muškarcu postaje predmet, djeca roditeljma smetnja, a obitelj ustanova koja skučuje slobodu svojih članova, za mnoge je civilizacija ljubavi puka utopija. Misle, naime, da se ljubav ne može ni od koga zahtijevati niti se može kome nametnuti, da je to slobodni izbor koji ljudi mogu prihvatiti ili odbiti. Mada je to u osnovi točno, ipak ostaje činjenica da nam je Isus Krist predao zapovijed ljubavi kao što je i Bog na brdu Sinaju zapovjedio: "Poštuj oca i majku" . Ljubav dakle nije utopija: zadana je čovjeku kao zadatak koji treba ostvariti uz pomoć Božje milosti. Povjerena je mužu i ženi u sakramentu braka kao izvorno načelo njhove "dužnosti" te postaje za njih temeljem uzajamne obveze, najprije bračne, a zatim očinske i majčinske. U sklapanju braka mladenci se uzajamno darivaju i prihvaćaju izjavljujući da su spremni prihvatiti i odgajati djecu. Eto stožera ljudske civilizacije koja se ne može drugačije nazvati nego civilizacija ljubavi. 


Odgoj za civilizaciju ljubavi

Odgoj za civilizaciju ljubavi najodgovornija je i najzahtjevnija zadaća svakog roditelja. Samo je za dva životna poziva Krist Gospodin ustanovio posebne sakramente: za svećenike – Svećenički red i za buduće roditelje – Sakramenat svete ženidbe. Vidi se koliko je važnim Krist Gospodin smatrao te staleže, te životne pozive i na koliko ih je dostojanstvo uzdigao! Nema posebnog sakramenta za političare, za učitelje niti za liječnike. Ne postaje se inženjer, ni advokat primanjem nekog posebnog sakramenta, ali da se postane kršćanskim roditeljem treba primiti sakrament ženidbe!

Tko još nije čuo za Georgea Washingtona ? To je onaj slavni čovjek koji je oslobodio Ameriku od engleske vlasti, uspio je ujediniti i postao prvi i jedan od najvećih predsjednika SAD. Po završetku rata, kada su mu došli čestitati prvaci naroda, taj slavni junak i državnik ovako im je odgovorio: "Gospodo, vi ste pogriješili adresu! Vi nemate što meni čestitati. Netko drugi zaslužuje vašu hvalu". Pri tim riječima otvorio je vrata susjedne sobe, gdje je ležala nemoćna starica, njegova majka, te pokazujući prstom na nju reče: "Njoj, gospodo, mojoj majci, pripada svaka hvala i čast! Jer, ako sam što dobra učinio, bilo domovini, bilo vama, to je plod njezina nastojanja i njezina odgoja. Dok sam još bio malen, ona me je rodoljubljem zadojila i čestito odgojila, pa svu današnju sreću, to javno priznajem, dugujem njoj, svojoj majci." Izvanredno priznanje! Mnogi i mnogi mogli bi pokazati na svoje majke i očeve i reći poput Washingtona : "Sve što sam učinio, moram njima zahvaliti".

Ovaj primjer samo potvrđuje mišljenje stručnjaka da karakter i sudbina čovjeka umnogome zavisi o ispravnosti odgoja kojem je bio podvrgnut u odlučujućim fazama svoga najranijeg djetinjstva. Dužnost odgoja ima svoje korijene u prvobitnom pozivu bračnih
 5
drugova da surađuju u stvaralačkom Božjem djelu: rađajući u ljubavi i iz ljubavi novu osobu koja u sebi nosi poziv za rast i razvoj, roditelji time preuzimaju zadaću da joj djelotvorno pomognu da u punini živi ljudski život. Na to je podsjetio i Drugi vatikanski sabor: "Budući da roditelji daju djeci život, oni imaju vrlo tešku obvezu da ih odgajaju, i zato ih treba priznati kao prve i povlaštene odgojitelje svoje djece. Odgojna uloga roditelja je takve važnosti, da se teško može čim drugim zamijeniti. Na njima je da stvore takav obiteljski ambijent – prožet ljubavlju i odanošću prema Bogu i ljudima – koji će pogodovati punom osobnom i društvenom razvoju djece. Obitelj je stoga prva škola onih društvenih kreposti koje su potrebne svakom društvu."

Odgojno pravo i dužnost za roditelje je nešto bitno, jer je to povezano s prenošenjem života, to je nešto izvorno i prvobitno, s obzirom na odgojnu zadaću drugih, zbog jedinstvenog značaja odnosa ljubavi koji postoji između roditelja i djece, nešto nezamjenljivo i neotuđivo, i stoga ne može biti sasvim povjereno niti od drugih nasilno prisvojeno.

Odgojem se izgrađuje čovjek za ispravne odnose prema Bogu, prema samome sebi i prema svojima bližnjima, odgojem čovjek u sebi izgrađuje svoje sposobnosti i moći razuma, slobode i savjesti. Cilj kršćanskog odgoja je ostvarenje Božje zamisli o čovjeku da bude zaista slika i prilika Božja. Sveti Augustin govori o odgoju kao "najvećoj umjetnosti". Tvrdi da su djeca kao od voska učinjena, a od voska se može učiniti i kip anđela, ali i kip đavola. A tko će učiniti bilo jedno, bilo drugo, nego u prvom redu baš roditelji.

Odgoj je međudjelatan odnos roditelja i djece, te kao takav pretpostavlja sveobuhvatnost kreposti, mudrosti i ljubavi. Samo zrela osoba uravnotežit će zahtjeve duha, uma i srca. Izgradit se u tom pogledu može samo onaj koji ima snage i hrabrosti upoznati samog sebe, spoznati svoje dobre i loše strane. Poimanje slike o sebi temelj je na kojem se grade odnosi s drugima. Roditeljska uloga zahtjeva izgrađenost, odgovornost, zrelost, te ukoliko smo naučili živjeti u miru sa sobom, utoliko ćemo umjeti ozračje mira predavati i drugima. U Jakovljevoj poslanici nalazima misao "Tko je me đ u vama mudar i pametan? Neka dobrim življenjem pokaže djela u č injena s blagoš ć u koja je vlastita mudrost!" (Jak 3,13). I uistinu, najučinkovitija odgojna metoda jest svjedočenje osobnim životom. 

Temeljno počelo, koje po svojoj naravi određuje odgojnu dužnost roditelja, a znači osnovnu potrebu djeteta, jest očinska i majčinska ljubav. Ljubav upravo u odgoju postiže svoje ispunjenje jer upotpunjuje i u punini usavršava roditeljsku službu života. Ljubav roditelja jest mjerilo koje nadahnjuje i vodi sav konkretni odgojni napor, obogaćujući ga vrednotama blagosti, postojanosti, dobrote, služenja, nesebičnosti, duha žrtve, a to su najdragocjeniji plodovi ljubavi. Roditeljska ljubav, dakle, nije upitna. Ona je uključena u ulogu oca i majke kao nešto sasvim prirodno. Ali, pronaći pravu mjeru u njezinu iskazivanju nije baš uvijek lako. Roditelj koji zatomljuje osjećaje u strahu da ne raspusti i ne razmazi dijete jednako griješi kao i onaj koji "guši" pretjeranom pažnjom ili "ucjenjuje" ljubavlju ("Neću te voljeti ako ne pojedeš objed"). Kadšto tako banalnim izjavama nesvjesno obezvrijeđujemo najuzvišenije osjećaje. U Prvoj Ivanovoj poslanici nalazimo riječi "Nema straha u ljubavi; naprotiv, savršena ljubav isklju č uje strah. Jer strah pretpostavlja kaznu. A
 6
tko se boji, nije savršen u ljubavi" (1 Iv 4,18). Dakle, traži se ljubav u slobodi međusobnog uvažavanja i poštovanja osobe kao Božjeg bića stvorenog na njegovu sliku i priliku.

Dijete zavisi od svoje okoline. Živeći u svijetu odraslih izloženo je situacijama kojima po prirodi svojeg psihičkog i tjelesnog razvoja još nije doraslo. Da bi uspostavilo odnos s okolinom potreban mu je siguran oslonac. Ako se dijete neprestano loše vlada, ako je zagrižljivo, nepovjerljivo, tvrdoglavo prema drugima, uporno ili čak agresivno, to je znak da se brani. A brani se zato, jer ne osjeća dobrotu, zaštitu i unutrašnju sigurnost. Stoga veliki odgojitelj sv. Ivan Bosko ubraja među osnovne zahtjeve svakog odgoja, odgojiteljevu sposobnost da zna pokazati odgajanicima da ih voli. Ako netko nekoga voli, toga se ne treba bojati, što više, može se svom dušom predati njegovu vodstvu. Što prije netko osjeti da ga drugi ne voli, može očekivati da mu taj želi naškoditi. Zato se postavlja u obrambeni stav. Roditelji koji su spremni nositi se sa životnim tegobama bit će u mogućnosti pružati sigurnost. Trajne nesuglasice, emotivna hladnoća i međusobno neuvažavanje loš su predložak za oblikovanje mlade duše. Bića koja tek izrastaju u odrasle osobe stasaju oponašajući stil življenja odraslih, ponajprije roditelja. Ako su okruženi sigurnošću, stjecat će samopouzdanje.

Međusobni odnos razumijevanja i povjerenja ne stvara se odjednom i naprečac. Takav odnos traži brižnu i ustrajnu njegu. Zapustimo li najljepši ružin grm on će uvenuti ili se "razdivljati". Tako i mlado biće, ako je zatvoreno (introvertirano), postat će tjeskobno (anksiozno) i potišteno (depresivno). Dijete kojem uskraćujemo povjerenje sumnjičavo je, a razumijevanje ako ne pronađe u kući, potražit će na prikladnim mjestima (korak po korak k ponoru neprilagođenosti - pušenje, alkohol, droga). Ne kaže se bez razloga da stramputica počinje na kućnom pragu.

Pitanje roditeljskog autoriteta, dakako, je dvojbeno. Koje su njegove granice i gdje su pragovi koje ne smijemo prekoračiti? Do koje mjere ide sloboda koju dijete treba imati? Autoritet se može postići pod uvjetima da dijete ima povjerenja u roditelje, potom da ih poštuje. Često se autoritet izjednačuje sa strogošću, suprotno tome, prihvaćeni i uvaženi autoriteti vrijedni su poštovanja, a ne strahopoštovanja. S druge, pak, strane roditelji koji žele djetetovu naklonost zadobiti spuštajući se na razinu njegovih spoznajnih mogućnosti gube respekt, jer ravnopravnost između psiho-tjelesno neravnopravnih partnera rađa nepouzdanje.

Sloboda kao opće djelatno načelo razvoja mora se pomno i stupnjevito odmjeravati, kao što se i tijelo suncu treba postupno i oprezno izlagati, jer unatoč djelotvornosti sunčevih zraka njihovo prekomjerno upijanje može biti štetno. Tako i prevelika količina slobode odjednom dobijena postaje pogubno breme pod kojim se nedozrela osoba lako slama.

Jedan od najznačajnijih odgojnih postulata već je spominjan i nedvojbeno je vezan za najučinkovitiju odgojnu metodu, a to je odgoj osobnim primjerom. U knjizi Sirahovoj čitamo "Pa i umre li otac, kao da i nije umro, jer ostavlja sina sebi sli č na" (Sir 30,4). Zar u
 7
ovoj životnoj i svevremenoj tvrdnji sazdanoj u samo jednoj rečenici ne stoji mudrost odgajanja? Dakako, protkana profinjenim nitima strpljivosti.

Strpljivost uključuje sveobuhvatnost riječi, misli i djela, jer "Blaga je besjeda drvo života, a pakosna je rana duhu" . Strpljivost pretpostavlja i uvažavanje nesavršenosti koju u svoje djece kao nastavku naših htjenja i očekivanja ne volimo pronaći, prisiljeni tada suočiti se sa slikom svojih slabosti. Iskrenim prihvaćanjem djeteta onakvim kakvo ono jest, bez a priornih određivanja njegovih sklonosti i interesa, omogućujemo mu neopterećen razvoj. Sloboda nesputanog razvoja ne sadrži u sebi ravnodušnost ili, pak, nezainteresiranost za sudbinu djeteta, naprotiv, takav pristup zahtjeva suptilniju uključenost u samosavlađivanje. Roditelj kao identifikacijski model (otac – sinu, majka – kćeri) sabranim i odmjerenim držanjem pokazuju kako izgleda zrela i izgrađena osoba. Stoga u najosjetljivije doba prijelaza iz djetinjstva u mladenaštvo, kada se sukobljavaju ambivalentni motivi (potreba za sigurnošću i zaštitom, ali i želja za samostalnošću i neovisnošću), roditelj treba zadržavati pribranost. Najopasnije je kada konflikt koji po načelu prirodnog razvoja proizlazi iz sukoba oprečnih motiva podgrijavamo prihvaćajući stil neprimjerenog ophođenja (otresit ton, oponiranje, zabrane bez razumne argumentacije i sl.). Dobar roditelj raste sa svojom djecom - poruka je koja ističe važnost uvažavanja i poštovanja osobitosti mladog bića na svim razinama njegova razvoja.

Uspjeh odgoja ne ovisi samo o primjeru roditelja što ga daju djeci na području ljubavi i njihovom vjerskom životu, nego i o brojnosti obitelji. Iskustva pokazuju, gdje god je obitelj na visini kršćanskog shvaćanja života, a s više djece, da je time i odgoj djece puno uspješniji. Čak mnogo lakši! Jer kroz komunikaciju djece unutar obitelji kristaliziraju se i usavršavaju pojedine kreposti. U obitelji s brojnom djecom razvija se osjećaj potrebe suradnje, međusobnog suosjećanja, ljubavi, opraštanja, pravde i osobito smisao za međusobno potpomaganje.

Daljnji moment u odgoju djece jest odgajanje u radnoj aktivnosti. Znakovita je pojava da u obitelji s jedno ili dvoje djece radne aktivnosti nema. Roditelji kao da su zaokupljeni isključivo odgojem u intelektualnom usmjerenju i silno im je na srcu da dijete postane što naprednije. S druge strane, zataje kad se radi o odgoju volje. Takvo mlado biće posrne kad u pubertetu treba zagospodariti sobom. Naprotiv, u obitelji gdje ima više djece, ona se privikavaju na rad, što iziskuje životni napor i samodiscipliniranje. U cilju odgoja volje i radnih navika vrlo je korisno poticati djecu na bavljenje sportom, ali bez neumjernih ambicija za postizanjem vrhunskih rezultata.

Kršćanski odgojitelji svjesni su činjenice da oni ne mogu sve učiniti sami, pa i uz najbolju suradnju odgajanika, već moraju računati s Božjom pomoći, s njegovom milošću. Naša djeca, naime, nisu naš neograničeni posjed koji se nalazi pod našom neograničenom moći, nego su posuđeno dobro, darovi poklonjeni na određeno vrijeme, koji su nam povjereni kao cvijeće kako bismo mu, kao dobri i odgovorni vrtlari, pomogli da se razvije. Roditelji nikada ne smiju zaboraviti da su njihova djeca i Božja djeca, da su baštinici ne samo
 8
roditeljske kuće i imetka, nego nadasve i baštinici kraljevstva Božjega, pa im je stoga potreban i vjerski odgoj.

Divna majka Makabejka, kojoj ubijaju sedam sinova za redom, i to na najstrašniji način, ne moli krvnika, kralja, za milost, niti kuka nad teškom sudbinom svoje djece. Zašto? Sama to otkriva u poruci koju upućuje umirućim sinovima: "Ne znam kako ste nastali u mojoj utrobi, jer nisam vam ja darovala ni život ni duh, niti vam tkivo složila. Zato ć e vam Stvoritelj svijeta, koji je sazdao ljud ski rod i koji svemu dade po č etak, milosrdno vratiti i duh i život" (2 Mak 7, 22-23). Bila je ona prava kćerka Abrahamova, koji je "vjerovao protiv nade", i bio spreman za volju Božju žrtvovati svojom rukom svojega jedinca, iako mu je obećano veliko potomstvo. Stoga, kršćanski odgojitelj mora odgajati svoje odgajanike u skladu s odgojnom metodom Oca nebeskoga. Što to znači? Odgojitelj treba biti svjestan da ne daje on milost, ni svetost, već da je samo instrument, djelitelj, predlagatelj odgojnih vrednota spasenja. Odgajanjem kršćanin raste, ali uspjeh ne ovisi samo o odgojitelju koji sadi i zalijeva, niti o samom odgajaniku, već o Bogu koji " č ini da raste" (1 Kor 3,7).


Valja pripomenuti da kršćanski odgoj nužno uključuje nadnaravne vrednote odricanja, mrtvljenja, križa. Nitko, naime, nikada ne može dokinuti vrijednost Kristova učenja o odricanju sebe i nošenju križa. U duši odgajanika mora vladati Krist, i to onaj Raspeti, jer nema drugog puta napredovanja i spasenja.

Kršćanske obitelji u svom odgojiteljskom poslanju imaju kao vrhovni cilj odgoja pomoći djeci i mladima da upoznaju vjeru i da po njoj žive. Pravo svjetlo darovat će sam Bog, kako nalazimo u Poslanici Efežanima: "Ta miloš ć u ste spašeni po vjeri! I to ne po sebi! Božji je to dar!" (Ef 2, 8) . Bog čini svoje. Nudi svoj dar svim vremenima i svim generacijama. To je utjeha i ohrabrenje roditeljima da sve ne ovisi o njima. Ali njima ostaje nenadoknadiv zadatak da učine svoj dio posla u odgoju vjere svoje djece. Roditelji su prvi vjeroučitelji. Oni Bogu "pripremaju teren". Mnoge je u osobnoj vjeri najviše mogla učvrstiti upravo obitelj, roditelji koji nisu padali u očaj pred materijalnim i drugim krizama, već su svoj izlaz tražili u molitvi i pouzdanju u Boga. Molitva, osobito obiteljska molitva, kao životna hrana i lijek, ničim se ne može nadomjestiti, kako u odgojnom procesu, tako i u životu uopće.

Civilizacija ljubavi je radost. Stoga, naša očekivanja u odgoju mogu biti upravo tolika kolika je i radost s kojom smo se davali, te kakvoća onoga što smo odgojem predavali. Tradicionalno oblikovani roditelji izjavit će: "Toliko smo se žrtvovali za dijete, a evo kako nam ono to vraća!". Koje li bremenitosti? A možda su se trebali manje "žrtvovati", a više uživati u njemu i radovati se s njim, jer samo se tako, uz svesrdnu pomoć Božje milosti, nadasve odgovorna odgojiteljska zadaća odgoja za civilizaciju ljubavi može uspješno ostvariti.

Neka nam sveti Josip, čiji ćemo blagdan proslaviti sljedeći tjedan, svima bude uzor i zaštitnik u ostvarivanju odgovornog odgojiteljskog poziva.

mercoledì 9 agosto 2017

L’EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE




L’EUROPA NELLA CRISI DELLE CULTURE

Conferenza tenuta la sera di venerdì 1 aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica, in occasione della consegna all’autore del Premio San Benedetto “per la promozione della vita e della famiglia in Europa”
di Joseph Ratzinger

RIFLESSIONI SU CULTURE CHE OGGI SI CONTRAPPONGONO

Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi. Durante il secolo passato le possibilità dell’uomo e il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura davvero impensabile. Ma il suo poter disporre del mondo ha anche fatto sì che il suo potere di distruzione abbia raggiunto delle dimensioni che, a volte, ci fanno inorridire. A tale proposito viene spontaneo pensare alla minaccia del terrorismo, questa nuova guerra senza confini e senza fronti. Il timore che esso possa presto impossessarsi delle armi nucleari e biologiche non è infondato e ha fatto sì che, all’interno degli Stati di diritto, si sia dovuti ricorrere a sistemi di sicurezza simili a quelli che prima esistevano soltanto nelle dittature; ma rimane comunque la sensazione che tutte queste precauzioni in realtà non possano mai bastare, non essendo possibile né desiderabile un controllo globale. Meno visibili, ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità di automanipolazione che l’uomo ha acquisito. Egli ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di “costruire” da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo? A questo si aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, anzi l’impoverimento, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle culture. Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi, piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi. Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione.
È vero che oggi esiste un nuovo moralismo le cui parole-chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. Infatti, cosa significa giustizia? Chi lo definisce? Che cosa serve alla pace? Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo. Il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo. Il moralismo politico, come l’abbiamo vissuto e come lo viviamo ancora, non solo non apre la strada a una rigenerazione, ma la blocca. Lo stesso vale, di conseguenza, anche per un cristianesimo e per una teologia che riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il “Regno di Dio”, ai “valori del Regno”, identificando questi valori con le grandi parole d’ordine del moralismo politico, e proclamandole, nello stesso tempo, come sintesi delle religioni. Dimenticandosi però, così, di Dio, nonostante sia proprio Lui il soggetto e la causa del Regno di Dio. Al suo posto rimangono grandi parole (e valori) che si prestano a qualsiasi tipo di abuso.
Questo breve sguardo sulla situazione del mondo ci porta a riflettere sull’odierna situazione del cristianesimo, e perciò anche sulle basi dell’Europa; quell’Europa che un tempo, possiamo dire, è stata il continente cristiano, ma che è stata anche il punto di partenza di quella nuova razionalità scientifica che ci ha regalato grandi possibilità e altrettanto grandi minacce. Il cristianesimo non è certo partito dall’Europa, e dunque non può essere neanche classificato come una religione europea, la religione dell’ambito culturale europeo. Ma proprio in Europa ha ricevuto la sua impronta culturale e intellettuale storicamente più efficace e resta pertanto intrecciato in modo speciale all’Europa. D’altra parte è anche vero che quest’Europa, sin dai tempi del Rinascimento, e in forma compiuta dai tempi dell’illuminismo, ha sviluppato proprio quella razionalità scientifica che non solo nell’epoca delle scoperte portò all’unità geografica del mondo, all’incontro dei continenti e delle culture, ma che adesso, molto più profondamente, grazie alla cultura tecnica resa possibile dalla scienza, impronta di sé veramente tutto il mondo, anzi, in un certo senso lo uniforma. E sulla scia di questa forma di razionalità, l’Europa ha sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora all’umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga negato del tutto, sia che la sua esistenza venga giudicata non dimostrabile, incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte soggettive, un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica. Questa razionalità puramente funzionale, per così dire, ha comportato uno sconvolgimento della coscienza morale altrettanto nuovo per le culture finora esistite, poiché sostiene che razionale è soltanto ciò che si può provare con degli esperimenti. Siccome la morale appartiene ad una sfera del tutto diversa, essa, come categoria a sé, sparisce e deve essere rintracciata in altro modo, in quanto bisogna ammettere che comunque la morale, in qualche modo, ci vuole. In un mondo basato sul calcolo, è il calcolo delle conseguenze che determina cosa bisogna considerare morale oppure no. E così la categoria di bene, come era stata evidenziata chiaramente da Kant, sparisce. Niente in sé è bene o male, tutto dipende dalle conseguenze che un’azione lascia prevedere. Se il cristianesimo, da una parte, ha trovato la sua forma più efficace in Europa, bisogna d’altra parte anche dire che in Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità. Da qui si capisce che l’Europa sta sperimentando una vera e propria “prova di trazione”; da qui si capisce anche la radicalità delle tensioni alle quali il nostro continente deve far fronte. Ma qui emerge anche e soprattutto la responsabilità che noi europei dobbiamo assumerci in questo momento storico: nel dibattito intorno alla definizione dell’Europa, intorno alla sua nuova forma politica, non si gioca una qualche nostalgica battaglia “di retroguardia” della storia, ma piuttosto una grande responsabilità per l’umanità di oggi.
Diamo uno sguardo più accurato a questa contrapposizione tra le due culture che hanno contrassegnato l’Europa. Nel dibattito sul preambolo della Costituzione europea, tale contrapposizione si è evidenziata in due punti controversi: la questione del riferimento a Dio nella Costituzione e quella della menzione delle radici cristiane dell’Europa. Visto che nell’articolo 52 della Costituzione sono garantiti i diritti istituzionali delle Chiese, possiamo stare tranquilli, si dice. Ma ciò significa che esse, nella vita dell’Europa, trovano posto nell’ambito del compromesso politico, mentre, nell’ambito delle basi dell’Europa, l’impronta del loro contenuto non trova alcuno spazio. Le ragioni che si danno nel dibattito pubblico per questo netto “no” sono superficiali, ed è evidente che più che indicare la vera motivazione, la coprono. L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non-cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare. Naturalmente questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa. Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio.
Le motivazioni per questo duplice “no” sono più profonde di quel che lasciano pensare le motivazioni avanzate. Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per l’identità europea. Accanto ad essa possono dunque coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista e si subordinino ad essa. Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di libertà; essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto: la libertà della scelta religiosa, che include la neutralità religiosa dello Stato; la libertà di esprimere la propria opinione, a condizione che non metta in dubbio proprio questo canone; l’ordinamento democratico dello Stato, e cioè il controllo parlamentare sugli organismi statali; la libera formazione di partiti; l’indipendenza della magistratura; e infine la tutela dei diritti dell’uomo ed il divieto di discriminazioni. Qui il canone è ancora in via di formazione, visto che ci sono anche diritti dell’uomo contrastanti, come per esempio nel caso del contrasto tra la voglia di libertà della donna e il diritto alla vita del nascituro. Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza umana. Ed il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea. È evidente che questo canone della cultura illuminista, tutt’altro che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà.
Dovremo senz’altro tornare ancora sulla questione delle contraddizioni interne alla forma attuale della cultura illuminista. Ma prima dobbiamo finire di descriverla. Fa parte della sua natura, in quanto cultura di una ragione che ha finalmente completa coscienza di se stessa, vantare una pretesa universale e concepirsi come compiuta in sé stessa, non bisognosa di alcun completamento attraverso altri fattori culturali. Entrambe queste caratteristiche si vedono chiaramente quando si pone la questione su chi possa diventare membro della Comunità europea, e soprattutto nel dibattito circa l’ingresso della Turchia in questa Comunità. Si tratta di uno Stato, o forse meglio, di un ambito culturale, che non ha radici cristiane, ma che è stato influenzato dalla cultura islamica. Ataturk ha poi cercato di trasformare la Turchia in uno Stato laicista, tentando di impiantare il laicismo maturato nel mondo cristiano dell’Europa su un terreno musulmano. Ci si può chiedere se ciò sia possibile: secondo la tesi della cultura illuminista e laicista dell’Europa, soltanto le norme e i contenuti della stessa cultura illuminista potranno determinare l’identità dell’Europa e, di conseguenza, ogni Stato che fa suoi questi criteri, potrà appartenere all’Europa. Non importa, alla fine, su quale intreccio di radici questa cultura della libertà e della democrazia viene impiantata. È proprio per questo, si afferma, che le radici non possono entrare nella definizione dei fondamenti dell’Europa, trattandosi di radici morte che non fanno parte dell’identità attuale. Di conseguenza, questa nuova identità, determinata esclusivamente dalla cultura illuminista, comporta anche che Dio non c’entri niente con la vita pubblica e con le basi dello Stato.
Così tutto diventa logico, e anche plausibile in qualche modo. Infatti, che cosa potremmo augurarci di più bello se non che dappertutto vengano rispettati la democrazia e i diritti umani? Ma qui si impone comunque la domanda se questa cultura illuminista laicista sia davvero la cultura, scoperta come finalmente universale, di una ragione comune a tutti gli uomini; cultura che dovrebbe avere accesso dappertutto, seppure su di un humus storicamente e culturalmente differenziato. E ci si chiede anche se è davvero compiuta in sé stessa, tanto da non avere bisogno di alcuna radice al di fuori di sé.
SIGNIFICATO E LIMITI DELLA ATTUALE CULTURA RAZIONALISTA
Dobbiamo ora affrontare queste ultime due domande. Alla prima, e cioè alla domanda se si sia raggiunta la filosofia universalmente valida e finalmente diventata del tutto scientifica, nella quale si esprimerebbe la ragione comune a tutti gli uomini, bisogna rispondere che indubbiamente si è arrivati a delle acquisizioni importanti che possono pretendere una validità generale: l’acquisizione che la religione non può essere imposta dallo Stato, ma che può essere accolta soltanto nella libertà; il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo uguali per tutti; la separazione dei poteri e il controllo del potere. Non si può pensare, comunque, che questi valori fondamentali, riconosciuti da noi come generalmente validi, possano essere realizzati nello stesso modo in ogni contesto storico. Non in tutte le società ci sono i presupposti sociologici per una democrazia basata su partiti, come si dà in Occidente; così, la completa neutralità religiosa dello Stato, nella maggior parte dei contesti storici, è da considerarsi un’illusione. E con ciò veniamo ai problemi sollevati dalla seconda domanda. Ma chiariamo prima la questione se le moderne filosofie illuministe, complessivamente considerate, si possano ritenere l’ultima parola della ragione comune a tutti gli uomini. Queste filosofie sono caratterizzate dal fatto che sono positivistiche, e perciò antimetafisiche, tanto che, alla fine, Dio non può avere in esse alcun posto. Esse sono basate su una autolimitazione della ragione positiva, che è adeguata nell’ambito tecnico, ma che, laddove viene generalizzata, comporta invece una mutilazione dell’uomo. Ne consegue che l’uomo non ammette più alcuna istanza morale al di fuori dei suoi calcoli e, come abbiamo visto, anche che il concetto di libertà, che a tutta prima potrebbe sembrare espandersi in modo illimitato, alla fine porta all’autodistruzione della libertà. È vero che le filosofie positivistiche contengono importanti elementi di verità. Questi sono però basati su un’autolimitazione della ragione tipica di una determinata situazione culturale – quella dell’Occidente moderno –, non potendo di certo essere come tali l’ultima parola della ragione. Nonostante sembrino totalmente razionali, non sono la voce della ragione stessa, ma sono anch’esse vincolate culturalmente, vincolate cioè alla situazione dell’Occidente di oggi. Perciò non sono affatto quella filosofia che un giorno dovrebbe essere valida in tutto il mondo. Ma soprattutto bisogna dire che questa filosofia illuminista e la sua rispettiva cultura sono incomplete. Essa taglia coscientemente le proprie radici storiche privandosi delle forze sorgive dalle quali essa stessa è scaturita, quella memoria fondamentale dell’umanità, per così dire, senza la quale la ragione perde l’orientamento. Infatti adesso vale il principio che la capacità dell’uomo sia la misura del suo agire. Ciò che si sa fare, si può anche fare. Un saper fare separato dal poter fare non esiste più, perché sarebbe contro la libertà, che è il valore supremo in assoluto. Ma l’uomo sa fare tanto, e sa fare sempre di più; e se questo saper fare non trova la sua misura in una norma morale, diventa, come possiamo già vedere, potere di distruzione. L’uomo sa clonare uomini, e perciò lo fa. L’uomo sa usare uomini come “magazzino” di organi per altri uomini, e perciò lo fa; lo fa perché sembrerebbe essere questa una esigenza della sua libertà. L’uomo sa costruire bombe atomiche, e perciò le fa, essendo, in linea di principio, anche disposto ad usarle. Anche il terrorismo, alla fine, si basa su questa modalità di “auto-autorizzazione” dell’uomo, e non sugli insegnamenti del Corano. Il radicale distacco della filosofia illuminista dalle sue radici diventa, in ultima analisi, un fare a meno dell’uomo. L’uomo, in fondo, non ha alcuna libertà, ci dicono i portavoce delle scienze naturali, in totale contraddizione col punto di partenza di tutta la questione. Egli non deve credere di essere qualcos’altro rispetto a tutti gli altri esseri viventi, e perciò dovrebbe anche essere trattato come loro, ci dicono persino i portavoce più avanzati di una filosofia nettamente separata dalle radici della memoria storica dell’umanità.
Ci eravamo posti due domande: se la filosofia razionalista (positivistica) sia strettamente razionale, e di conseguenza universalmente valida, e se sia completa. Basta a se stessa? Può, o addirittura deve, relegare le sue radici storiche nell’ambito del puro passato, e quindi nell’ambito di ciò che può essere valido soltanto soggettivamente? Dobbiamo rispondere a tutte due le domande con un netto “no”. Questa filosofia non esprime la compiuta ragione dell’uomo, ma soltanto una parte di essa, e per via di questa mutilazione della ragione non la si può considerare affatto razionale. Per questo è anche incompleta, e può guarire soltanto ristabilendo di nuovo il contatto con le sue radici. Un albero senza radici si secca…
Affermando questo non si nega tutto ciò che questa filosofia dice di positivo e importante, ma si afferma piuttosto il suo bisogno di compiutezza, la sua profonda incompiutezza. E così ci troviamo di nuovo a parlare dei due punti controversi del preambolo della Costituzione europea. L’accantonamento delle radici cristiane non si rivela espressione di una superiore tolleranza che rispetta tutte le culture allo stesso modo, non volendo privilegiarne alcuna, bensì come l’assolutizzazione di un pensare e di un vivere che si contrappongono radicalmente, fra l’altro, alle altre culture storiche dell’umanità. La vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture religiose dall’altra. Se si arriverà ad uno scontro delle culture, non sarà per lo scontro delle grandi religioni – da sempre in lotta le une contro le altre ma che, alla fine, hanno anche sempre saputo vivere le une con le altre –, ma sarà per lo scontro tra questa radicale emancipazione dell’uomo e le grandi culture storiche. Così, anche il rifiuto del riferimento a Dio, non è espressione di una tolleranza che vuole proteggere le religioni non teistiche e la dignità degli atei e degli agnostici, ma piuttosto espressione di una coscienza che vorrebbe vedere Dio cancellato definitivamente dalla vita pubblica dell’umanità e accantonato nell’ambito soggettivo di residue culture del passato. Il relativismo, che costituisce il punto di partenza di tutto questo, diventa così un dogmatismo che si crede in possesso della definitiva conoscenza della ragione, ed in diritto di considerare tutto il resto soltanto come uno stadio dell’umanità in fondo superato e che può essere adeguatamente relativizzato. In realtà ciò significa che abbiamo bisogno di radici per sopravvivere e che non dobbiamo perdere Dio di vista, se vogliamo che la dignità umana non sparisca.
IL SIGNIFICATO PERMANENTE DELLA FEDE CRISTIANA
Questo è un semplice rifiuto dell’illuminismo e della modernità? Assolutamente no. Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se stesso come la religione del logos, come la religione secondo ragione. Non ha individuato i suoi precursori in primo luogo nelle altre religioni, ma in quell’illuminismo filosofico che ha sgombrato la strada dalle tradizioni per volgersi alla ricerca della verità e verso il bene, verso l’unico Dio che sta al di sopra di tutti gli dèi. In quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale, postulando così la libertà della fede. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termini di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato. Nonostante la filosofia, in quanto ricerca di razionalità – anche della nostra fede – sia sempre stata appannaggio del cristianesimo, la voce della ragione era stata troppo addomesticata. É stato ed è merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato questa profonda corrispondenza tra cristianesimo ed illuminismo, cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità, che è il grande patrimonio da tutelare da entrambe le parti.
Con tutto ciò, bisogna che tutte e due le parti riflettano su se stesse e siano pronte a correggersi. Il cristianesimo deve ricordarsi sempre che è la religione del logos. Esso è fede nel Creator spiritus, nello Spirito creatore, dal quale proviene tutto il reale. Proprio questa dovrebbe essere oggi la sua forza filosofica, in quanto il problema è se il mondo provenga dall’irrazionale, e la ragione non sia dunque altro che un “sottoprodotto”, magari pure dannoso, del suo sviluppo, o se il mondo provenga dalla ragione, ed essa sia di conseguenza il suo criterio e la sua meta. La fede cristiana propende per questa seconda tesi, avendo così, dal punto di vista puramente filosofico, davvero delle buone carte da giocare, nonostante sia la prima tesi ad essere considerata oggi da tanti la sola “razionale” e moderna. Ma una ragione scaturita dall’irrazionale, e che è, alla fin fine, essa stessa irrazionale, non costituisce una soluzione ai nostri problemi. Soltanto la ragione creatrice, e che nel Dio crocifisso si è manifestata come amore, può veramente mostrarci la via.
Nel dialogo, così necessario, tra laici e cattolici, noi cristiani dobbiamo stare molto attenti a restare fedeli a questa linea di fondo: a vivere una fede che proviene dal logos, dalla ragione creatrice, e che è perciò anche aperta a tutto ciò che è veramente razionale. Ma a questo punto vorrei, nella mia qualità di credente, fare una proposta ai laici. Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni. Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno.
Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le raccomandazioni ai suoi monaci poste alla fine della sua regola, sono indicazioni che mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e dalle macerie. “Come c’è uno zelo amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali… Si vogliano bene l’un l’altro con affetto fraterno… Temano Dio nell’amore… Nulla assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti alla vita eterna” (capitolo 72).

http://www.chiesa.espresson.line.it
1.4.2005